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Anno giudiziario, Caiazza: “Ennesima e inutile passerella dei magistrati vestiti a festa”

penalisti
Appuntamento l'11 e il 12 febbraio a Catanzaro per la cerimonia alternativa dei penalisti italiani. "Pensiamo che giudici e procuratori non siano i padroni di casa, o certamente non gli esclusivi. L’esercizio della giurisdizione è affidato alla responsabilità di tutti i suoi indispensabili attori, tra i quali l’avvocatura"
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«A noi avvocati penalisti, si sa, le Cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario non sono mai piaciute. Da sempre combattuti se accettare o meno gli striminziti inviti a parteciparvi seduti su uno strapuntino, infine decidemmo (or sono 15 anni) di organizzarcele per nostro conto». Così il presidente dell’Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, commenta il fitto week end di inaugurazioni appena trascorso e annuncia che la cerimonia alternativa dei penalisti è stata organizzata quest’anno a Catanzaro, l’11 e il 12 febbraio.

«L’ostentata solennità di quelle cerimonie ci è parsa da sempre incomprensibile: magistrati costretti a indossare, con evidente sacrificio personale, toghe e tocchi implausibili, e infatti mai usati nei rimanenti 364 giorni dell’anno, sfilano con malcelato imbarazzo, senza – essi per primi- comprenderne la ragione», sottolinea Caiazza, ricordando che i penalisti le disertano da 15 anni. «Peraltro, di questi tempi e con questi chiari di luna, questi pomposi cortei sarebbe proprio il caso di risparmiarseli, cogliendo così virtuosamente l’occasione per definitivamente archiviarli: non un solo essere umano dotato di raziocinio li rimpiangerebbe – aggiunge il leader dei penalisti -. Spogliate da queste pomposità del tutto fuori luogo, le inaugurazioni dell’Anno Giudiziario (sia territoriali che nazionali) avrebbero tuttavia un senso preciso, come occasione e luogo per fare un bilancio della vita giudiziaria, analizzarne le criticità, individuare soluzioni, ove però fossero concepite ed organizzate diversamente. Sarebbe infatti necessario, innanzitutto, cancellare l’idea, davvero odiosa, che vi siano dei padroni di casa, vestiti a festa, che invitano degli ospiti; ai quali, per di più, vengono offerte informazioni acquisite, organizzate e selezionate in totale, indisturbata autonomia ed esclusività. Noi pensiamo infatti che Giudici e Procuratori non siano i padroni di casa, o certamente non gli esclusivi, nei Tribunali e nelle Corti di Appello (e nella Suprema Corte di Cassazione). Ne sono i responsabili amministrativi, certamente, ma l’esercizio della giurisdizione è affidato alla responsabilità di tutti i suoi indispensabili attori, tra i quali l’avvocatura assolve un compito almeno pari a quello della controparte, cioè i Magistrati dell’Accusa. La rappresentazione scenica – che nelle cerimonie però è sostanza – racconta invece tutt’altro».

«I presidenti (di Corte di Appello o di Cassazione) e procuratori (generali) agiscono e si propongono come i padroni di casa; l’avvocatura è ospite, giusto chiamata a portare un qualche breve indirizzo di saluto. Un quadro francamente inaccettabile. Quanto alle statistiche, che sono poi il cuore di queste cerimonie, e ne rappresenterebbero anche la indiscutibile utilità, il punto è che esse sono gestite, come dicevo, in modo totalmente unilaterale dalla Magistratura, che decide in via esclusiva quali dati raccogliere, e quali statistiche comunicare. I dati statistici non sono certamente neutri, e meno che mai la lettura che se ne può dare. D’altronde, questa della inaccessibilità pubblica dei dati statistici dell’amministrazione giudiziaria è questione che poniamo da tempo; così come da tempo abbiamo dimostrato, con le nostre indagini in collaborazione con l’Istituto Eurispes, che la giustizia penale la si racconta a seconda dei dati che si sceglie di raccogliere», denuncia ancora Caiazza.

Per tutte queste ragioni, sottolinea il presidente Ucpi, le cerimonie «preferiamo organizzarcele per nostro conto, facendone sempre occasione di ricco ed approfondito confronto e dibattito». Appuntamento dunque a Catanzaro «per discutere su quanto la tutela forte del diritto di difesa sia indispensabile non solo quale garanzia per i diritti primari della persona indagata o imputata, ma altrettanto – e per certi versi ancor di più – come garanzia per il giudice, per la sua indipendenza, e per la forza e la credibilità del suo giudizio agli occhi della pubblica opinione, la quale ultima non potrà che diffidare di una sentenza pronunciata all’esito di un giudizio celebrato con un difensore debole, intimidito, minacciato nella sua libertà morale».

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