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Presunzione d’innocenza, il pg di Milano: «Norma troppo restrittiva»

Il procuratore generale di Milano Francesca Nanni invita i pm a non cercare consensi a tutti i costi. Ma sottolinea che la disciplina che cambia i rapporti tra procure e informazione «non può essere la stessa per le indagini, il rinvio a giudizio, ed il dibattimento pubblico»
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«Con riferimento agli alti rischi per la giurisdizione, accompagnati secondo la prevalente narrazione mediatica da generale perdita di prestigio dell’ordine giudiziario, va innanzitutto chiarito che la ricerca del consenso a tutti i costi è e deve rimanere atteggiamento estraneo allo svolgimento dell’attività giudiziaria, compreso ovviamente l’operato del pubblico ministero, soggetto processuale sensibile ma non condizionato dalle esigenze e dalle richieste delle parti». Lo ha detto il procuratore generale di Milano Francesca Nanni in un passaggio della sua relazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Per il Pg Nanni questo «non significa che non debba essere ricercata quella autorevolezza delle decisioni che è la sola garanzia per mantenere in equilibrio il sistema e che dipende sia dall’operato dei singoli, sia dalla credibilità dell’ordinamento giudiziario adottato». Bisogna infatti tenere conto anche dell’«innegabile degrado della politica» e «dell’avvento della società liquida», sottolinea Nanni, che hanno contribuito a creare «una specie di interregno in cui è palese l’inadeguatezza dei vecchi modelli ma nello stesso tempo non è ancora chiaro con quali diversi schemi affrontare le nuove sfide». Fattori che «hanno prodotto l’indebolimento delle tradizionali aggregazioni sociali e delle formazioni intermedie». Per Nanni «lo squilibrio che ne è derivato non ha assolutamente accresciuto né favorito in alcun modo la legittimazione dell’ordine giudiziario».

«Fermo restando che le modalità di diffusione della notizia devono evitare di indicare la persona indagata o imputata come colpevole in via definitiva, sarebbe preferibile una normativa meno restrittiva nelle fasi non coperte da segreto istruttorio o almeno per le fasi che si svolgono in udienze aperte al pubblico, anche per garantire la necessaria trasparenza delle decisioni assunte dopo la chiusura delle indagini», dice il procuratore generale in un passaggio sulla recente legge sulla presunzione di innocenza che cambia i rapporti tra procure e informazione.  «La speranza è che l’abbreviazione dei tempi del processo posa restituire centralità alla fase del giudizio – aggiunge – e così recuperare almeno in parte l’interesse mediatico oggi quasi esclusivamente sbilanciato verso le indagini preliminari, cioè proprio quella fase generalmente coperta dal segreto istruttorio». Secondo il pg infatti, «il recentissimo intervento normativo sulla cosiddetta presunzione di innocenza, intervento sicuramente in linea con le fonti internazionali sul tema», ma è «incerto rispetto alle varie fasi in cui si può trovare il procedimento». «La disciplina – sottolinea – non può essere la stessa per le indagini, il rinvio a giudizio, ed il dibattimento pubblico, nonché confuso quanto ai soggetti destinatari dei divieti imposti, come è noto solo autorità pubbliche in dichiarazioni pubbliche».

La magistratura deve mirare a un «sano recupero di efficienza e conseguente credibilità dell’ordine giudiziario» e l’obiettivo potrebbe essere raggiunto con il «rifiuto» di «ogni forma di ideologia, intesa come estremo sistema concettuale e interpretativo che costituisce la base politica di un movimento o di un gruppo sociale, sistema che spesso ha fortemente condizionato l’agire in giudizio cosi come i rapporti fra le diverse categorie impedendo o quantomeno rendendo difficile una valutazione obiettiva delle circostanze». «Se il compito fondamentale del magistrato è quello di calare nella congerie di interessi e poteri la indispensabile integrità della norma giuridica, anche se frutto di precedente compromesso, esponendosi al sospetto di arretramenti, timidezze e collusioni – sottolinea Nanni – è chiaro come l’agire in base ad una ideologia possa causare danni enormi, soprattutto se dietro l’adesione ad un concetto ideologico si nascondono interessi personali o di categoria di diversa natura; il buon operare di molti, anzi della maggioranza, a quel punto può essere vanificato dall’agire deviato anche solo di una sparuta minoranza specie se si tratta di soggetti in posizione di rilievo e mediaticamente esposti».

«È vero che nell’applicazione della legge i magistrati esercitano comunque un’attività in qualche modo politica – conclude Nanni – nel senso che devono procedere a scelte di valore molto ampie sia per adattare la norma al caso concreto, sia per impostare una strategia che conduca all’accertamento di una verità processuale quanto più vicina a quella fattuale, ma un conto è farlo mantenendosi nei limiti della fisiologia, un conto è operare con pregiudizio nei confronti di coloro che vengono individuati come appartenenti ad uno schieramento amico o nemico e conseguentemente adattare a tale schema tutte le scelte processuali».

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