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Altro che Quirinale, il problema resta l’inquilino di Palazzo Chigi

Cartabia, Colao o Franceschini al posto di Draghi? Senza un accordo sul futuro governo sarà impossibile trovare un'intesa sul capo dello Stato
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Non è il Quirinale, è palazzo Chigi. O almeno sono entrambi i palazzi principali della politica perché non si definirà l’accordo sul presidente della Repubblica senza aver prima messo a punto quello sul prosieguo del governo. Sembra difficile ma è peggio: l’accordo sul governo non può a propria volta essere messo a punto senza sapere chi andrà al Quirinale, dunque i due tavoli non possono essere disposti in ordine cronologico, non si può anticipare uno dei due esiti e poi procedere di conseguenza sull’altro. La soluzione deve essere rigorosamente contestuale.

Come se non bastasse, un’eventuale caduta del governo porterebbe quasi certamente allo scioglimento della legislatura e alle elezioni anticipate. La partita dunque riguarda ancor meno del previsto soltanto i capipartito e i capicorrente ma ogni singolo parlamentare, perché molti, pur se forse meno di quanti raccontino i giornalisti nel loro cinismo d’ordinanza, voteranno tenendo ben presenti i propri interessi e il proprio futuro. I politici sapevano da mesi che si sarebbero ritrovati in un simile labirinto. Non fa loro onore aver ugualmente lasciato passare quei mesi senza cercare una soluzione, ripetendo che l’elezione del Colle era ancora lontana e dunque c’era tempo. Il tempo è scaduto e se la nave del Quirinale è in alto mare quella dell’esecutivo, a due giorni dall’inizio delle votazioni, deve ancora partire. Impossibile dunque rendere conto di una trattativa che non è stata ancora neppure sfiorata se non nella vaghezza delle chiacchiere in libertà. Conviene invece esaminare, per quanto possibile, i vari scenari.

La rielezione di Mattarella, che nonostante tutto è ancora possibile, congelerebbe la situazione. Tutto resterebbe identico, neppure una poltroncina verrebbe smossa. Solo che nulla sarebbe come prima, dietro la facciata. Quella rielezione, oggi, sarebbe una vittoria tonda di Letta e una sconfitta secca di Salvini, che schiumerebbe rabbia e troverebbe ancora più scomoda quella presenza al governo e nella maggioranza che già gli sta costando moltissimo. Nel giro di poche settimane, probabilmente, coglierebbe al volo la prima scusa per ritirarsi.

A quel punto, in teoria, tutto potrebbe continuare come prima, con la sostituzione dei ministri leghisti. Ma è molto difficile credere che un Draghi probabilmente già molto contrariato dalla mancata elezione a capo dello Stato accetterebbe di guidare un governo azzoppato. Andrebbe quindi verificata la praticabilità di un governo sostenuto da una maggioranza “Ursula”, cioè dai partiti della vecchia maggioranza del Conte bis con l’aggiunta di Fi, e guidato quasi certamente da Dario Franceschini. Non è fantapolitica ma poco ci manca. Berlusconi dovrebbe abbandonare la destra “sovranista” per regalare i propri voti, a quel punto salassati, alla galassia pulviscolare dei centristi e chi non ha voluto neppure prendere in considerazione la sua elezione a capo dello Stato. Non è l’eventualità più probabile.

Lo stesso scenario, con poche variazioni, si ripeterebbe con qualsiasi presidente non indicato dal centrodestra. Con una differenza sensibile, però. Se al Colle restasse Mattarella, Draghi interpreterebbe probabilmente il “congelamento” come un rinvio e tenterebbe di tenere unita la maggioranza. Ma se invece la sua fosse una sconfitta definitiva e senza appello, è probabile che la sua pazienza si avvicinerebbe in tempi record al punto di rottura.

L’elezione di Draghi, a tutt’oggi l’eventualità più concreta e realistica, imporrebbe la sua sostituzione alla presidenza del Consiglio. I nomi in ballo sono due, il ministro dell’Innovazione Vittorio Colao e quella della Giustizia Marta Cartabia, mentre sono calate le azioni del ministro dell’Economia Daniele Franco. I partiti sembrano però intenzionati a insistere per un rimpasto di più ampia portata, che imporrebbe di affrontare la proposta di un governo dei leader, considerato da Salvini la sola formula capace di garantire una qualche unità e solidità del governo nell’anno della campagna elettorale. È un’opzione temeraria. Il governo potrebbe forse reggere a un cambio della guardia limitato al suo vertice. Con tutti i leader di partito in squadra sarebbe molto incerta persino la partenza.

 

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