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Masi: «Noi avvocati garanti di una nuova giustizia solidale»

Consiglio Nazionale Forense
L’intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciato dalla presidente del Cnf Maria Masi. Che descrive una classe forense disponibile a rendersi partecipe di un sistema rigenerato e finalmente «empatico rispetto alle attese delle persone». In accordo con la magistratura ma anche nel riconoscimento costituzionale che va assicurato alla professione
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Riportiamo di seguito l’intervento pronunciato oggi, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, dalla presidente del Consiglio Nazionale Forense Maria Masi. Al termine del discorso, il vertice dell’avvocatura ha ricevuto i complimenti del primo presidente della Cassazione Pietro Curzio e dell’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli. Quindi, a fine cerimonia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto esplicitamente rivolgersi alla presidente Masi per esprimerle le proprie congratulazioni.

L’eccezionalità e la straordinarietà dell’evento che purtroppo ancora condiziona le nostre abitudini, le nostre attività e ancora mette in pericolo la nostra salute, ci ha costretti a ridefinire diritti e doveri, anche quelli costituzionalmente e non solo tradizionalmente definiti inviolabili.

Abbiamo, pertanto, condiviso la necessità di dover limitare, talvolta addirittura comprimere — al punto da renderli invisibili, secondo alcuni — le libertà costituzionalmente garantite, il diritto al lavoro, allo studio, e a ottenere giustizia nei tempi e nei modi in cui occorre, in cui necessita.

Abbiamo discusso e ancora si discute, non sempre nelle sedi opportune e quasi mai in maniera adeguata, di diritti, doveri, obblighi e oneri alterandone il significato o peggio condizionandone gli effetti.

Oggi, a distanza di quasi due anni, abbiamo certamente elementi, dati statistici, numeri, che se da un lato ci rassicurano sul fatto che abbiamo condiviso scelte opportune e necessarie, dall’altro ci offrono maggiore contezza dell’impatto dell’emergenza sanitaria sulla collettività e sull’economia del Paese.

Anche a voler considerare che non tutte le norme adottate siano state giuste, anzi qualcuna probabilmente sbagliata, essendo il nostro un ordinamento pubblico di norme condivise, può sopravvivere, come ci ha insegnato Socrate, solo se si rispettano le norme e le si applicano.

Urge però, e oggi più che mai, che le norme siano chiare, perché, soprattutto se adottate in condizioni emergenziali, un’errata interpretazione ne condiziona l’attuazione.

Confusione e poca chiarezza stanno alimentando, oltre alla paura per il pericolo che ancora incombe, stanchezza e disillusione, anche da parte di chi ha sempre rispettato le regole e ha collaborato con convinzione alle politiche per il Paese.

Sentimenti diffusi gravi, che chi ha la responsabilità di decidere per gli altri e di governare non può ignorare, e deve impedire che si traducano in rassegnazione o, peggio, in assuefazione.

Avvertiamo — e l’Avvocatura con maggiore sollecitudine, per il ruolo che assolve e a cui non ha mai inteso abdicare, anche nei momenti peggiori — che è tempo di fare ordine, e a quest’ordine chi opera nella Giustizia e per la Giustizia deve dare un contributo concreto.

La proporzionalità dei provvedimenti adottati, soprattutto se riferibili alla Giustizia, oggi più che mai deve essere valutata non in astratto ma in concreto, alla luce della situazione che di fatto ne possa giustificare l’applicazione.

Non possiamo prevedere e neppure conoscere i tempi di durata di ciò che ancora ci affligge, ma a porre rimedio alle sue conseguenze e agli effetti sociali ed economici è chiamata in maniera ancora più urgente la Giustizia.

Giustizia che in questi mesi per resistere alle dure prove di esistenza ha dovuto cambiare pelle, accelerare la trasformazione che già era in atto, adeguarsi ai nuovi strumenti tecnologici e innovativi per evitare la dispersione di richieste di tutela, e soprattutto adattarsi alle prioritarie esigenze di sicurezza che con gli ultimi provvedimenti adottati possono considerarsi assolte.

E allora ci si chiede perché protrarre di un ulteriore anno lo stato di emergenza solo per la Giustizia, perché non consentire ai Tribunali e ai suoi operatori di riappropriarsi della funzione e dell’attività che è loro propria senza rinnovati limiti o condizionamenti che alimentano problemi e non sempre individuano le soluzioni, che invece urgono anche per ridare fiducia e speranza ai cittadini con un rinnovato spirito di affidamento ad un sistema che deve essere riorganizzato per essere, e non per apparire, Stato di diritto.

A proposito di fiducia, nei prossimi giorni saremo probabilmente chiamati a dare il nostro contributo alla discussione generata e generanda dall’iter di approvazione di altre importanti riforme.

Le note vicende e i fatti accaduti in questi mesi, in questi giorni, non possono lasciarci indifferenti, e rendono forse non solo necessaria ma prioritaria un’inversione di rotta e di valutazione, anche da parte dell’avvocatura, che fino a questo momento aveva opportunamente ritenuto di doversi preoccupare e occupare solo degli aspetti organizzativi, che incidono sul corretto funzionamento dell’ordinamento giudiziario, o di quelli che vedono coinvolti ruolo e compiti degli avvocati nei Consigli Giudiziari.

Forse sarà opportuno approfondire aspetti che, evidentemente, influenzano non solo la corretta composizione degli organi, minando principi di dinamica democratica, ma anche l’equilibrato funzionamento degli stessi, affinché possa tradursi in un vantaggio esclusivo della stabilità del Paese e del benessere della collettività.

“È l’ora in cui ogni classe, che non voglia essere spazzata via dall’avvenire che incalza, deve compiere il suo esame di coscienza e domandarsi su quali titoli di utilità comune essa potrà basare il suo diritto ad esistere domani in una società migliore di questa”: questa l’esortazione che un Padre nobile dell’avvocatura e della politica, già nei primi anni del secolo scorso, avvertiva come un’esigenza educativa, e sosteneva allora che la crisi dell’avvocatura era soprattutto una crisi morale, imputabile non tanto alle leggi invecchiate che la disciplinano, quanto agli uomini che la esercitano. E aggiungeva: “La crisi dell’avvocatura non è che un aspetto di quella più generale crisi italiana che si riduce ad essere soprattutto un formidabile problema di educazione”.

Oggi a distanza di quasi un secolo “scontiamo” un altrettanto formidabile problema di educazione che investe tutta la comunità civile ma anche l’ordinamento giudiziario. Da un lato la crisi dell’avvocatura, che oggi è anche e soprattutto una crisi identitaria, imputabile sicuramente alla sua endemica resistenza al cambiamento, ma soprattutto a riforme talvolta inique, confuse, che mirano a mettere in discussione la sua funzione di carattere pubblico; dall’altra, la crisi morale della magistratura, determinata evidentemente anche dalle leggi invecchiate che la disciplinano.

È necessario quindi affrontare insieme e risolvere da subito l’attuale problema di educazione nell’ordinamento giudiziario, in cui riconoscere costituzionalmente attrice, al pari della magistratura, l’avvocatura, di cui dovrà sempre essere salvaguardata l’autonomia e l’indipendenza, per garantire l’equilibrio necessario al sistema giudiziario, se vogliamo essere in grado di realizzare come si deve, o meglio assecondare l’avvertita esigenza di una Giustizia sostanziale, equa, solidale e perché no anche empatica, in quanto solo con la capacità di immedesimarsi nei sentimenti e nelle ragioni sottese alle richieste di tutela si può alimentare il processo necessario a creare spazio per un bilanciamento complesso e non sempre prevedibile di valori e principi.

Auguro a tutti noi buon lavoro.

*Presidente del Consiglio Nazionale Forense

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