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«Captazioni illegittime». La Camera nega l’autorizzazione per Cosimo Ferri

Cosimo Ferri
L'Assemblea di Montecitorio ha approvato con 227 voti a favore e 86 contrari (M5S e Alternativa) la relazione della Giunta volta a negare l'autorizzazione. E ora a risentirne potrebbe essere il procedimento per corruzione in corso a Perugia
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Le conversazioni captate nell’ambito dell’inchiesta su Luca Palamara e che vedono coinvolto il deputato Cosimo Maria Ferri sono state acquisite «illegittimamente». Ed è per questo motivo che ieri la Camera ha votato no alla richiesta avanzata dal Csm di utilizzare quelle telefonate nel procedimento disciplinare a carico del deputato di Italia Viva e magistrato in aspettativa, tra i partecipanti alla cena all’Hotel Champagne durante la quale si discusse del futuro della procura di Roma.

L’Assemblea di Montecitorio ha approvato con 227 voti a favore e 86 contrari (M5S e Alternativa) la relazione della Giunta per le autorizzazioni, con la quale il relatore Pietro Pittalis, di Forza Italia, ha chiesto di vietare l’utilizzo delle conversazioni, in quanto acquisite in violazione dell’articolo 68 della Costituzione. Una violazione consapevole, secondo i deputati, tanto da spingere Andrea Delmastro Delle Vedove, di Fratelli d’Italia, a parlare di un «regolamento di conti interno alla magistratura nel quale i deputati non devono entrare». La decisione, ora, potrebbe avere risvolti clamorosi. Il procedimento disciplinare a carico di Ferri, infatti, perde la sua prova principe. E anche gli effetti sul processo per corruzione a carico di Palamara, in corso a Perugia, potrebbero essere devastanti: quella prova diventa, infatti, lo spunto per mettere in discussione l’utilizzo del trojan, mentre la decisione di ieri potrebbe tornare utile all’ex pm nel ricorso alla Cedu contro la sua radiazione.

Secondo quanto evidenziato da Pittalis, è emerso con chiarezza dalla documentazione esaminata che sin da febbraio – e quindi ben prima della cena all’Hotel Champagne, che risale al 9 maggio – gli inquirenti fossero a conoscenza della possibilità di imbattersi in Ferri, il cui nome compare 341 volte nelle varie richieste di proroga delle intercettazioni telefoniche, delle quali 107 in una sola richiesta antecedente il 9 maggio 2019 – giorno della cena all’Hotel Champagne. E secondo quanto dichiarato un maresciallo della Guardia di Finanza – Fabio Del Prete -, ascoltato come testimone nel procedimento disciplinare a carico degli ex consiglieri del Csm presenti a quella cena, «la sua identificazione avviene almeno a partire dal 12 marzo 2019».

Per Pittalis, dunque, «gli atti di indagine fanno dubitare profondamente dell’esclusione dell’onorevole Ferri dal perimetro delle indagini, sebbene non sia mai stato iscritto nel registro degli indagati, mentre appare ben più plausibile che egli sia stato un chiaro bersaglio delle indagini, che erano in concreto indirizzate anche ad accedere nella sua sfera di comunicazioni. Inoltre, gli investigatori avevano contezza che si sarebbe svolto l’incontro all’Hotel Champagne e che vi avrebbero partecipato non uno, ma ben due deputati, ma non hanno avuto cura di interrompere un’attività investigativa che non poteva essere effettuata con quelle modalità. La captazione del 9 maggio non può, dunque, minimamente essere ritenuta casuale e, conseguentemente, non lo sono nemmeno le successive». Tra il giorno della captazione e quello dell’ascolto di tutti i progressivi delle captazioni prima e dopo l’incontro, inoltre, il pm di Perugia aveva anche dato istruzioni al Gico di non effettuare registrazioni nel caso in cui ci fosse la consapevolezza della presenza di un parlamentare. Dunque, non solo quelle intercettazioni non dovevano essere effettuate, «come da nota del pm», ma, se effettuate, non potevano essere ascoltate, cosa che non è però avvenuta. Il voto dell’Aula ha di fatto replicato quello già espresso in giunta, con i dovuti distinguo di Federico Conte (LeU) e Alfredo Bazoli (Pd), che hanno votato sì alla relazione sottolineando come la scelta sia squisitamente «tecnica» e assolutamente non politica.

Una decisione che ha carattere di unicità, perché per la prima volta la giunta è stata chiamata a deliberare su una richiesta nata in seno ad un procedimento disciplinare davanti al Csm e non nell’ambito di un’indagine penale. Il M5S, attraverso Eugenio Saitta, ha ribadito la convinzione che si tratti di intercettazioni fortuite e casuali, così come sostenuto dal Csm. Per non definirle tali, infatti, sarebbe dovuto apparire evidente «il mutamento dell’indirizzo e l’atto di indagine e questo non è mai avvenuto». Ma a replicare a Saitta ci ha pensato Vittorio Sgarbi: «Palamara viene intercettato già di per sé abusivamente, con quell’orrido strumento che si chiama trojan, parla con suoi colleghi magistrati come Cosimo Ferri che è anche diventato parlamentare; conoscono, quelli che intercettano, l’articolo 68 e lo violano! Sono loro fuorilegge – ha sottolineato -, hanno violato un articolo sacro della Costituzione. Che non lo voglia capire, per ragioni di interesse strumentale, un nemico di Palamara nel Csm lo capisco, ma che un parlamentare non voti all’unanimità per difendere se stesso, non lo capisco, perché vuol dire non avere letto l’articolo 68, che parla di “qualsiasi forma”, anche preterintenzionale». A commentare la decisione il presidente del Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria ed ex componente del Csm Antonio Leone: «Finalmente un rigurgito di orgoglio (costituzionalmente protetto) del Parlamento. Finalmente rispettate le prerogative dei parlamentari. Prerogative, mi spiace dirlo, abbondantemente calpestate proprio da chi è preposto alla salvaguardia della tutela dei diritti di tutti».

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