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Ceccanti (Pd): «Mattarella bis? Ancora non vedo alternative capaci di evitare le urne»

«Sarebbe ragionevole eleggereMario Draghi al Colle solo se contestualmente fosse immaginabile la costruzione di un altro governo altrettanto solido»
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Il costituzionalista e deputato dem Stefano Ceccanti spiega che «sarebbe ragionevole eleggere Draghi al Quirinale solo se contestualmente fosse immaginabile la costruzione di un altro governo altrettanto solido» e sulla nuova legge elettorale è chiaro: «Se c’è la volontà politica le soluzioni tecniche si trovano».

Onorevole Ceccanti, a poco più di due settimane dal voto per il Colle la situazione è ancora bloccata. Crede che l’azione del governo stia risentendo di questo impasse?

In minima parte sì, ma cosa sarebbe accaduto senza questo quadro di sostanziale unità nazionale, senza questo presidente del Consiglio, la cui autorevolezza è supportata dal pilastro del capo dello Stato? L’incrocio col voto per il Quirinale e il lungo semestre bianco in cui non c’è il deterrente dello scioglimento anticipato sarebbero stati ben più difficoltosi per chiunque. Con un Parlamento che è riuscito ad esprimere un governo e una maggioranza solo con un parto delicatissimo assistito da Mattarella si poteva immaginare un passaggio in cui l’azione dell’esecutivo sarebbe stata del tutto al riparo? Eviterei quindi critiche ingenerose.

Dovesse essere eletto lo stesso Draghi l’ipotesi del voto anticipato non può essere esclusa. Sarà possibile votare con questa legge elettorale?

È in astratto sempre possibile votare con la legge elettorale che esiste ed è necessario che sia così. Però non sarebbe affatto opportuno votare e questo comunque a prescindere dalla legge elettorale. Non lo sarebbe neanche con una legge migliore. Vari motivi, a cominciare dall’implementazione del Pnrr durante la pandemia, dovrebbero invece condurci a una conclusione ordinata della legislatura a scadenza regolare. Sarebbe quindi ragionevole eleggere il presidente del Consiglio attuale solo se contestualmente fosse immaginabile la costruzione di un altro governo altrettanto solido. Non ci riparerebbe però dal rischio di scioglimento anticipato anche la conferma di Draghi a Palazzo Chigi se il nuovo presidente non costituisse un pilastro altrettanto forte di quello garantito dal presidente Mattarella. Pertanto l’alternativa a una rielezione di Mattarella, nonostante le sue ripetute volontà di non ripetere il mandato, è solo quella non facile di trovare una personalità di garanzia con analogo standing interno o internazionale.

Quali accorgimenti e cambiamenti andrebbero apportati per adeguare il Rosatellum alla nuova composizione di Camera e Senato dopo la riduzione dei parlamentari?

Vorrei anzitutto segnalare che è sbagliato focalizzarsi solo sulla legge elettorale. Rischiamo di sopravvalutarla. La riduzione dei parlamentari è una riforma costituzionale e, come tale, avrebbe bisogno di altre riforme costituzionali che la perfezionassero secondo il metodo che ci siamo dati dopo la bocciatura per referendum di due riforme organiche, ovvero il metodo incrementale, per tappe. In particolare la riduzione spinge a far lavorare insieme le Camere, il cui elettorato è stato allineato dall’altra riforma approvata, il voto ai diciottenni al Senato. Penso alla fiducia e sfiducia, al bilancio, alla conversione dei decreti a Camere riunite, come da proposta presentata da tempo dal Pd. Ciò che non si poteva fare con 945 parlamentari ( con quei numeri si può solo fare un seggio elettorale), si può e si deve fare a 600.

Cosa dovrà essere certamente modificato rispetto al Rosatellum?

Nella legge Rosato ci sono due problemi di fondo: come assicurare un correttivo maggioritario diverso dai collegi uninominali, che così diventano troppo grandi, e come evitare le liste bloccate cercando un’alternativa diversa dalle preferenze. Se c’è la volontà politica le soluzioni tecniche si trovano. Oltre a ciò c’è anche l’importante terreno delle riforme regolamentari per evitare che ciò che è unito al momento del voto si divida dopo non per fisiologiche ragioni politiche, che ci possono sempre stare, ma per un sistema deresponsabilizzante centrato sui singoli anziché sui gruppi. Su questi terreni ( costituzionale, elettorale, regolamentare) occorre lavorare congiuntamente.

Anche con il prosieguo della legislatura siamo ormai agli sgoccioli e rimarrebbero pochi mesi per questi tre livelli di riforma. Crede che i partiti siano nelle condizioni di sedersi a un tavolo e lavorarci davvero?

Quelle regolamentari andranno in Aula dopo il Quirinale e già questo è importante. Bisogna verificare che non siano interventi minimalisti, solo per aggiornare i numeri, ma confido nella consapevolezza della crisi attuale del Parlamento. Quelle costituzionali sono più difficili ma il tempo ci sarebbe ancora, spero si possa aprire una finestra utile per ragionarne insieme subito dopo quelle regolamentari. Quella elettorale deve attendere la stabilizzazione del quadro politico post Quirinale. È ovvio che negli ultimi mesi di legislatura essa può essere solo il prodotto di un’intesa larga, non si può prestare ad alcun dubbio di manipolazione per interessi di parte, e, peraltro, se decidesse erroneamente di impostarla così sarebbe un tentativo destinato a fallire rapidamente confermando la legge esistente.

Tornando al Quirinale, i questori di Camera e Senato hanno rassicurato sullo svolgimento di un voto in sicurezza ma allontanando ancora una volta l’ipotesi di voto da remoto o da luoghi diversi dall’emiciclo di Montecitorio. È preoccupato?

Guardi, c’è stata un’iniziativa delle presidenti dei nostri gruppi parlamentari del Pd che hanno invitato a prendere sul serio la questione del voto in sicurezza, con misure proporzionate alla gravità della pandemia. Mi sembra sia giusto ora attendere risposte convincenti, a prescindere da chi concretamente eleggere.

A proposito di strategie, il Pd cerca l’elezione di un presidente a larga maggioranza, come quella che sostiene il governo Draghi e anche di più. Pensa sia uno scenario possibile viste le forze in campo?

Lo ritengo doveroso specie in questa occasione unica, in cui la scelta del presidente interviene dentro un quadro politico segnato da un governo di sostanziale unità nazionale promossa dal presidente della Repubblica uscente. Difficile immaginare altrimenti la conclusione ordinata della legislatura che è da auspicare. È evidente che non è facile. In questi ultimi anni siamo stati abituati a un costante correttivo presidenziale della forma di governo parlamentare ed è per questo che sull’elezione tutti investono molto, più del passato. Però proprio per questo occorre ragionevolezza e apertura.

 

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