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Il suicidio di Nino Gioè, le stragi e il ritorno del teorema trattativa con la “ndrangheta stragista”

In una drammatica lettera prima di morire scriveva: «Ero diventato un mostro e lo sono... spero che (le mie parole) possano servire a salvare degli innocenti e dei plagiati, coinvolti in vicende giudiziarie»
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Giunge notizia, rivelata da Repubblica, che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria ha messo agli atti del processo d’appello ‘ndrangheta stragista, il fatto che il boss Nino Gioè avrebbe voluto collaborare con la giustizia. Ufficialmente si sarebbe suicidato in carcere di Rebibbia la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. Ora, con questi nuovi atti, si farebbe largo l’ipotesi che in realtà sarebbe stato ucciso, simulandone il suicidio. Subito prende piedi di nuovo l’ipotesi dei servizi segreti deviati, addirittura – nell’articolo de La Repubblicaspunta il nome del “protocollo farfalla”. Ma cosa c’entra con il 1993, quando è assodato che parliamo di una operazione di intelligence fallimentare effettuata tra il 23 giugno 2003 ed il 18 agosto 2004? Un miscuglio di suggestioni che prestano il fianco alla tesi della “ ’ndrangheta stragista”, molto simile al teorema trattativa Stato-mafia, ma integrata con la componente calabrese.

I motivi del perché Gioè è morto

Che sia possibile un suicidio simulato, non è una ipotesi peregrina. Non è un caso che i collaboratori con la giustizia, in carcere vanno protetti e messi in sezioni isolate dai mafiosi. A maggior ragione uno come Antonio Gioè. Infatti era situato in una cella singola, seppur nello stesso braccio dove era recluso Totò Riina. Gioè era coinvolto nella strage di Capaci e catturato dalla Dia nel marzo del 1993. Il 29 luglio dello stesso anno fu trovato suicida nella cella del carcere di Rebibbia, impiccato alle sbarre coi lacci delle sue scarpe. Emersero subito delle perplessità e i sospetti manifestati, e non solo dagli investigatori, sulla spontaneità del suicidio di Gioè, e l’ipotesi tra le altre formulate che il suicidio fosse stato determinato in Gioè dal timore di poter rivelare i nomi dei partecipanti alle stragi e da maltrattamenti subiti durante la detenzione da esponenti delle forze dell’ordine, per estorcergli rivelazioni utili alle indagini, nel contesto di una gestione arbitraria dei detenuti, avallata da taluni settori investigativi.

Come si evince dalle risultanze processuali, Gioè, prima della cattura, era stato intercettato mentre parlava di progetti di uccisione degli agenti del carcere di Pianosa e di un attentato al Palazzo di giustizia di Palermo. Attraverso di lui, gli investigatori avevano individuato il commando della strage di Capaci. In un interrogatorio del 10 settembre ’96, fatto congiuntamente dai Pm delle Procura di Palermo, Caltanissetta e Firenze, il pentito Giovanni Brusca è stato sentito pure sul suicidio di Gioè, e nel rispondere ne dipingeva una personalità autodistruttiva, accennando al fatto che spesso Gioè faceva discorsi su delle sue letture riguardanti casi di suicidio con metodi particolari di avvelenamento, per non essere costretti a parlare. Quindi Brusca non aveva avuto dubbi che Gioè si fosse effettivamente suicidato in carcere. Il dubbio, quindi, rimane.

Gioè aveva infranto le regole di Cosa Nostra

Ma non finisce qui. Gioè, prima di morire, ha lasciato una drammatica lettera. «Stasera sto trovando la pace e la serenità che avevo perso circa 17 anni fa. Ero diventato un mostro e lo sono stato – scriveva – fino a quando ho preso la penna per scrivere queste due righe, che spero possano servire a salvare degli innocenti e dei plagiati, che solo per mia mostruosità si ritroveranno coinvolti in vicende giudiziarie».

Il boss avrebbe infranto nel modo peggior le regole di Cosa nostra, parlando dei segreti della mafia tramite il suo telefonino intercettato, senza però rendersi conto di essere controllato dagli investigatori. Da qui le “minacce” a lui e ai suoi familiari, le “pressioni” di cui deve essere stato oggetto forse anche in carcere che lo avrebbero spinto al suicidio.

Gioè, infatti nella lettera, parlava delle «moltissime fandonie» dette «per millanteria» e registrate dalle forze dell’ordine, tentando di scagionare dalle sue accuse alcuni boss. Nella lettera, Gioè aggiunse anche questo: «…dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare il credito ha consegnato all’editore una tessera dello stesso creditore, il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato: mio fratello non lo ha incontrato ed il figlio gli ha detto che il padre era ricercato. Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato sarà lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo». Ed è qui uno dei nodi dove si inserisce una delle tesi che entrò nel processo trattativa Stato-mafia. È la meno conosciuta, ma dove hanno costruito l’ennesimo castello di carta: la trattativa Gioè – Paolo Bellini sulle opere d’arte.

Paolo Bellini avrebbe deviato verso il teorema trattativa

Quest’ultimo è un personaggio ambiguo, dove è difficile distinguerlo tra la millanteria e la credibilità. Nato nel 1953, aveva un passato di estremista nei gruppi emiliani di Avanguardia Nazionale, oltre che una serie di reati alle spalle, che lo avevano portato per anni in latitanza in Sudamerica (dal 1976) ed in prigione in Italia. In carcere – sotto il falso nome di Roberto da Silva – Bellini era entrato in confidenza con Gioè, cosa che gli aveva consentito di operare informalmente come contatto tra le forze dell’ordine e la mafia a partire dal 1993.

Suggestioni a parte, le risultanze processuali indicano che l’ex ros Mario Mori svalutò l’importanza di Bellini, considerandolo non in grado di potere fronteggiare da infiltrato quei mafiosi, i quali avrebbero potuto sospettare di lui e ucciderlo subito. In effetti, come ampiamente spiegato da Brusca, e anche da Gioacchino La Barbera, loro stessi e Gioè per primo (pensiamo a quel passaggio della lettera), sospettarono dal primo istante che Bellini fosse un infiltrato, che volesse farli catturare o che avesse comunque doppie mire.

Anche gli ufficiali della Dia di Roma, cui pure lo stesso Bellini era andato a rivolgersi, chiedendo per la sua missione in Sicilia trecento milioni di lire in cambio, non la reputarono di interesse. In realtà, emerge l’ipotesi che le dichiarazioni rese da Bellini, soprattutto quelle successive al dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Firenze, sui suoi dialoghi con Gioè sulla trattativa con persone potenti di Roma, non rivestirebbero di alcuna credibilità. Perché? Le dichiarazioni dello stesso Bellini al Pm ed alla Corte d’Assise di Firenze, paleserebbero che l’idea di colpire i monumenti (stragi mafiose del 1993) fu abilmente suggerita proprio da Bellini a Gioè. Nella sentenza della corte d’assise di Firenze, emerge che anche Brusca, in tutto sul punto riscontato, ne fu diretto testimone. La verità, come sempre, è quella più semplice. Anche se mal si incastra con taluni infiniti teoremi giudiziari.

La sigla “falange armata” usata dai mafiosi per depistare

Inventata in ambienti carcerari, tanto che inizialmente appariva con il nome “Falange armata penitenziaria”, è stato sempre Brusca – durante l’interrogatorio del 96 – a rilevare che con quella sigla erano stati rivendicati gli attentati di Firenze e Milano, per depistare – diceva – deviando i sospetti sulla matrice delle bombe. Spiegava al riguardo che in precedenza anche durante discorsi fatti di tra lui e Gioè, si parlava di depistaggio, ragion per cui era portato a ritenere che al momento delle stragi del ’93 Bagarella avesse utilizzato la sigla Falange Armata. Gli sembrava di ricordare di avere sentito Bagarella pronunciare quella sigla allorché facendo una battuta di spirito, dopo una delle stragi aveva detto che erano stati i terroristi, pronunciando proprio l’espressione Falange Armata.

Ricordiamo che la sigla viene usata dalla mafia, in terra siciliana, fin dal 1992: parte dall’omicidio di Salvo Lima, attraversa quello del maresciallo Guazzelli (due omicidi che, come si evince dal verbale di Teresi del 1992, erano legati a mafia appalti), passa da Capaci a via D’Amelio, fino ad arrivare alla strage dei Geogofili e alle bombe a Roma e Milano. Da dove l’hanno presa in prestito? Apparve nei notiziari italiani nel 1990, con la sigla “falange armata penitenziaria” che ha rivendicato l’omicidio dell’educatore del carcere di Opera, in provincia di Milano, Umberto Mormile. Da lì, la fantomatica sigla viene usata da chiunque, perfino ragazzini hacker, per rivendicare qualsiasi omicidio. Anche dalla mafia.

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