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Flick: «I no vax e il richiamo alla shoah: pagliacciata indegna»

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L'affondo di Giovanni Maria Flick: «Da chi è contro al vaccino una pagliacciata che offende la memoria e sa di violenza: tutto ciò è intollerabile»
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Di seguito la seconda e ultima parte della relazione svolta da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, al 70° Congresso dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani dal titolo “Gli ultimi. La tutela giuridica dei soggetti deboli”. Il Congresso si è tenuto a Roma lo scorso 9 dicembre. La prima parte della trascrizione è stata pubblicata sul Dubbio di ieri.

Cinque figure mi sembrano particolarmente rappresentative della situazione di disagio in cui viviamo nella e dopo la pandemia: gli ebrei; le donne; i migranti; gli anziani; i detenuti. Ma ve ne sono anche molte altre, a cominciare dalla diseguaglianza fondamentale tra lavoro e disoccupazione, o tra ricchezza e povertà.

Il tema degli ebrei viene alla mente quando si vede un osceno modo di cercare di attirare l’attenzione da parte dei no- vax, evocando a sproposito la tragedia dei campi di sterminio. Non entro nel merito, non mi interessa, abbiamo tempo per discuterne. Prima eravamo tutti commissari tecnici della nazionale, adesso siamo tutti specialisti in virologia, come avvertiva un saggio della nostra epoca, Umberto Eco: “Prima i cretini parlavano al bar sport a dieci persone, adesso i cretini possono parlare a milioni di persone attraverso i social”. Questi ultimi ovviamente su ciò realizzano un profitto amplissimo, sul quale cercano di non pagare le tasse giustificandosi con il richiamo ai “servizi” che offrono.

Perché gli ebrei sintomo di diseguaglianza? Perché il discorso dei no- vax, o prima o dopo, finisce sempre in un’ottica di dittatura sanitaria, con Hitler, le SS, e i no- vax con la casacca a strisce blu degli ebrei che aspettavano dinanzi alle camere a gas di entrare per essere eliminati. E questo non è tollerabile; con tutto il rispetto dell’articolo 21 della Costituzione non è accettabile: è una forma di disprezzo sia del diritto che del dovere della memoria, al confine con la protesta mediante la violenza.

Ora non mi interessa se quella pagliacciata è stata fatta per attirare l’attenzione, o se è stata fatta perché qualcuno ci crede veramente. Mi pare che l’età media di chi partecipa alle manifestazioni di questo tipo è proprio quella di chi, nato dopo la guerra, ha ignorato e non sa che cosa è capitato in essa, e allora orecchiando ha trovato un argomento che attira. Ma vedo negli ebrei, nella loro storia che passa dall’antigiudaismo ( devono morire perché hanno crocifisso Cristo) all’antisemitismo – con l’elaborazione di “teorie scientifiche” smontate adesso dalle ultime ricerche sulla razza – un richiamo importante alla memoria per noi italiani, che di solito siamo etichettati come “italiani brava gente”.

In realtà abbiamo data una mano all’antisemitismo, che da ultimo è sfociato nell’antisionismo. La abbiamo data non solo con piccoli o grandi esperimenti, come i bombardamenti, col gas e altre simili amenità ( la risiera di San Saba vicino a Trieste; il campo di smistamento di Fossoli da dove partivano i treni piombati per Auschwitz; la cooperazione ai crimini nazisti). L’abbiamo data anche e soprattutto con quelle ignobili leggi razziali del 1938 che sono passate sotto silenzio e che non sono un nostro servile omaggio ai nazisti. Le avevano adottate anche loro; ma sono state per noi una scelta precisa, coerente con lo spirito di aggressività e di violenza, lo spirito di supremazia del fascismo, cui si è per lo più reagito con il silenzio e la passività. Vorrei citare, ma non ho il tempo e non è il caso, le affermazioni che hanno accompagnato la superiorità della nostra “razza ariana” rispetto alla “razza ebraica” o alla “razza rom”. Questo discorso si sta riproponendo proprio nei tempi della pandemia, in molti modi e con molti slogan nelle piazze e sui social, collegandosi ad acrobazie e speculazioni ideologiche.

La seconda ipotesi di soggetti deboli la vedo nella figura della donna, citata ampiamente da Giuliano Amato. Io vorrei solo ricordare che i tempi della pandemia hanno rappresentato per la donna un ritorno indietro, un ritorno a quel detto tedesco “kinder, kirche, kuche” (bambini, chiesa, cucina e non rompere le scatole…); quanto meno un arresto nel difficile percorso verso la parità di genere, nonostante l’affermazione – spesso strumentalizzata – della necessità di scegliere una donna anche per le più alte responsabilità istituzionali. La donna è stata intanto oberata dal sovraccarico di un lavoro chiamiamolo domestico, ma non c’è dubbio che nel lockdown sono aumentati gli episodi di insofferenza e di violenza nei confronti della donna; sono aumentati i femminicidi. Lo conferma la scelta legislativa di pochi giorni fa – che spero funzioni meglio della precedente scelta – di tutelare più tempestivamente ed efficacemente la donna rispetto a situazioni nelle quali essa in realtà viene fatta regredire a livello di oggetto. Sei mia quindi se mi lasci ti ammazzo. E per di più ammazzo anche i figli così ti do una lezione. È questa la realtà in cui non si tratta soltanto di assuefazione o di imitazione; questo è molto peggio dell’assuefazione.

Il terzo elemento emblematico, la terza figura paradigmatica di questa situazione è quella dei migranti.

Anche in questo caso condivido tutto quello che ha detto nella sua relazione Giuliano Amato e quindi vi risparmio di doverne ascoltare una malriuscita ripetizione. Credo che la vita dei migranti, clandestini e non clandestini, sia diventata molto più difficile durante i tempi della pandemia. Ricordiamo tutti che due anni fa due decreti legge del Governo (convertiti in leggi dal Parlamento) hanno fatto tabula rasa di una serie di iniziative per il salvataggio in mare, ostacolandolo e proponendo sanzioni severe per le navi delle organizzazioni non governative che andavano a cercare e a salvare i migranti. Si è inibito alla Marina Militare di continuare fare quello che aveva fatto con l’operazione “Mare nostrum” perché costava troppo. Quell’intervento è stato sostituito dall’operazione “Sofia”: un’operazione di stampo europeo che non ha funzionato o perlomeno non ha funzionato nella parte relativa alla ricerca dei migranti. Resta immutato il tasso delle discussioni e delle promesse europee – rimasto senza risultati – per risolvere il drammatico problema del loro salvataggio e della loro accoglienza; anzi, la prospettiva di risistemare l’accordo di Schengen potrebbe essere un preludio per ridurre il diritto di asilo.

Mi colpisce una situazione nella quale vedo i migranti trasformati in oggetti da contrattare come i big data. Le notizie non hanno più importanza per il loro contenuto, ma per il loro valore economico sul mercato, per la compravendita dei big data in vista dell’elaborazione che ne viene fatta a livello di manipolazione e di utilizzo per vari tipi di finalità. Tra queste ultime è dominante la finalità commerciale o politica di sfruttamento delle paure e di condizionamento dei desideri delle persone, dei consumatori. Ora sono diventati oggetti del mercato anche i migranti.

Si pagano un tanto al pezzo ai dittatori dei paesi vicini e ai paesi confinanti – Libia, Turchia – per evitare che vengano da noi. Nei confronti dei migranti si arriva come nella foresta di Bialowieza a una vera e propria guerra e alla loro utilizzazione come strumenti per un’azione di contrasto all’Unione Europea o al loro respingimento per la “tutela” di quest’ultima. Ciò fa il paio con le altre forme di mercatizzazione che derivano dall’“usa e getta”. Non sto parlando dell’economia circolare che ricicla saggiamente l’utilizzo delle materie prime per una seconda volta; sto parlando proprio di rifiuti da eliminare. Per essi si è sviluppato un mercato fiorente di criminalità organizzata ai fini del loro smaltimento.

Penso poi alle quote di emissione di CO2 consentite per ragioni di produzione. Con riferimento ad esse e al meccanismo per cercare di limitare le emissioni dannose di CO2 da cui deriva il cambiamento di clima, si è arrivati con buona volontà a elaborare in Europa un sistema complesso. Esso è molto regolato nella parte che riguarda l’emissione delle quote, ma poi le lascia gestire ai privati senza più nessun controllo. Tanto è vero che l’Unione Europea, più o meno disperata, ha assimilato queste quote ai prodotti finanziari del mercato mobiliare; con tutti i problemi che derivano da questo mercato che non è sufficientemente tutelato e regolato.

Poi vi è il discorso degli anziani, per i quali si è dimenticata o ignorata la saggezza di un proverbio africano importante: “Quando muore un vecchio è come se bruciasse una biblioteca”. Con la pandemia di “biblioteche” ne sono state bruciate molte nelle residenze assistite sanitarie. Si è cercato anche di teorizzare una carta la quale, in materia di assistenza sanitaria, dato che le risorse sono poche, proponeva una scala e una gerarchia di gradualità. Prima i giovani, poi gli anziani, come si è detto anche per l’altro discorso sui migranti: prima gli italiani e poi gli altri. Sono due discorsi che non hanno nessun punto di riferimento nella Costituzione. Tuttavia troppo spesso la sorte dell’anziano si risolve nel morire in solitudine e poi nel trasportarlo di notte su un camion militare alla ricerca di un posto dove il riposo eterno possa essere tranquillo. Anche questo mi pare abbastanza sintomatico di una situazione di diversità.

E infine vi sono i detenuti. Perché i detenuti? Perché è venuta fuori durante la pandemia quella singolare tesi secondo cui si sta più sicuri e più sani in galera che fuori. Quelli che stanno fuori hanno l’obbligo di non frequentarsi; il distanziamento sociale e il contatto on line al posto del contatto fisico che favorisce il contagio. Anzi, chi sta fuori viene punito con sanzioni amministrative – prima addirittura con sanzioni penali – per evitare il contatto; chi sta dentro invece è obbligato a un contatto e a una convivenza inumana. A causa di essa siamo stati condannati ben due volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per il sovraffollamento delle carceri.

La Corte costituzionale – con tutta la ammirazione che è giusta in questo caso – è entrata in carcere per “vedere”; il rischio è stato però che la Corte entrasse in carcere dalla porta mentre la Costituzione ne usciva dalla finestra. La Costituzione molte, troppe volte è uscita dalla finestra del carcere a cominciare da ciò che è capitato nelle reazioni alle cosiddette rivolte carcerarie, con i morti che ne sono seguiti e con il trattamento punitivo che è stato inflitto ai detenuti da parte di chi doveva sorvegliarli o proteggerli.

Arrivo alla conclusione. Mi trova pienamente consenziente il discorso del professor Amato sulla necessità di recuperare una dimensione della dignità, perché non basta l’eguaglianza formale di fronte alla legge. La Costituzione ci avverte – con il rapporto tra l’articolo 2, l’articolo 3 e l’articolo 4 in termini generali – di quanto poi troviamo radicato e specificato negli articoli 27, 32, 35 e seguenti sul diritto a non subire trattamenti inumani nell’ambito della detenzione; sul diritto alla salute; sul diritto al lavoro. Si potrebbe proseguire anche con molti altri diritti, a cominciare da quelli di libertà.

Qual è la via per questo? Lo Stato non ce la fa; conosce l’importanza dei diritti sociali ma non ce la fa ad affrontare tutto anche grazie alla insensibilità di troppi di noi verso il dovere di solidarietà fiscale. La preveggenza e saggezza dei nostri padri costituenti – oltre a mettere in strettissima sinergia i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di solidarietà – ha anche compiuto un’altra scelta che a me sembra importante: quella della sussidiarietà orizzontale.

L’articolo 118 ha ricordato che quanto meno non bisogna ostacolare i privati, le persone, i cittadini – si chiamano cittadini ma sono tutti – quando perseguono finalità di carattere generale e di carattere sociale: o come singoli o attraverso formazioni sociali come quelle del volontariato e della cooperazione.

Mi pare infine estremamente importante anche un altro punto cui dovremo arrivare: il tema della cittadinanza, nel contesto della crisi demografica in Italia e in Europa. Noi stiamo discutendo sulla cittadinanza con tante argomentazioni, senza renderci conto che rischiamo di trasformarla da quello che era il suo significato quando nacque – cittadinanza come parità – in un privilegio. Solo o prevalentemente chi ha lo ius sanguinis ha la cittadinanza; sembra un privilegio; sa tanto di riferimento alla razza in qualche modo, pur senza arrivare agli estremi in nome di quest’ultima. Per fortuna questo discorso abbiamo cominciato ad attenuarlo e a questo proposito dobbiamo molto alle sentenze con cui la Corte costituzionale ha progressivamente affermato la intollerabilità di un sistema nel quale solo certi tipi di migranti vengono accolti ( quelli che fuggono dalle persecuzioni) e non gli altri ( i cosiddetti migranti economici). È un’apertura che diventa necessaria non solo sotto il profilo della solidarietà; ma anche sotto quello dell’economia, se si tiene conto dell’invecchiamento della popolazione, della crisi demografica e della carenza di “forza lavoro” per affrontarla, come emerge dal recente aumento della quota di immigrazione.

Primo Levi, ebreo e partigiano deportato ad Auschwitz, ci insegna che c’è un pericolo enorme ogni volta che sulla tua strada incontri un diverso; se cominci a considerarlo nemico, questa è la strada che porta ad Auschwitz. Ma c’è anche un altro insegnamento, quello del pastore protestante Niemöller, che prima era interessato al nazismo; poi quando capì cos’era si ritrasse e finì anche lui in un campo di concentramento a Dachau. Esso ricordava in una predica: “Vennero a prendere i comunisti e io non mi agitai perché non ero comunista; poi vennero a prendere i socialdemocratici e io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico; poi vennero a prendere gli ebrei e io stetti zitto perché non ero ebreo; poi vennero a prendere me e non c’era più nessuno che potesse parlare”.

Ecco dove dobbiamo correre ai ripari e arrivare a quello che mi sono permesso di ricordare all’inizio: non continuare a usare la Costituzione come strumento per giochi, iniziative, manovre di tipo politico quotidiano; ma cominciare a cercare non tanto di renderla attuale, perchè è attualissima, bensì di attuarla seriamente.

( 2 – fine)

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