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L’affondo di Caiazza: «I magistrati non devono occupare ruoli amministrativi»

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Il presidente Gian Domenico Caiazza parla dei "fuori ruolo": «Non c'è ragione di affidare ruoli amministrativi a chi ha vinto un concorso in magistratura»
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Il presidente dei penalisti italiani, Gian Domenico Caiazza, intervistato dal quotidiano “La Verità“, esprime tutte le sue perplessità sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Cartabia, soprattutto nella parte in cui si parla del futuro della magistratura. «Riteniamo che la riforma non affronti in modo adeguato le situazioni sulle quali è necessario intervenire, se si vuole arrivare a una vera riforma dell’ordinamento giudiziario. È una riforma troppo concentrata sul sistema elettorale che, a nostro giudizio, costituisce un aspetto marginale sul quale intervenire. Non è certamente cambiando il sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che si risolvono i problemi della degenerazione del correntismo e della credibilità della magistratura italiana».

Caiazza critico sui “fuori ruolo”

Sui cosiddetti “fuori ruolo”, Caiazza è ancora più critico. «Una novità anche rispetto alle più recenti bozze della riforma, dove il problema era stato ignorato. Si tratta, però, di un passo in avanti ancora timido perché nella riforma si dà solo un’indicazione di massima annunciando una “diminuzione” del loro numero, che è è un elemento positivo ma insufficiente. Intanto è una definizione molto generica: diminuire va bene, ma bisogna indicare di quanta: del lo, del 50, del 70%? Il problema non è la percentuale di riduzione, ma l’eliminazione del fenomeno. Non c’è ragione di affidare ruoli amministrativi a chi ha vinto un concorso in magistratura». E rincara la dose. «Chi vince il concorso di magistratura deve fare il magistrato, non andare a occupare ruoli nell’esecutivo. Questo determina una commistione tra due poteri dello Stato, quello esecutivo e quello giudiziario, sottraendo risorse a quest’ultimo. Ci lamentiamo che il numero dei magistrati è largamente insufficiente per il carico delle cause, e poi lasciamo che 200 vengano dirottati nei ministeri. Bisognerebbe intervenire in modo molto più radicale, sostanzialmente impedendo, tranne casi eccezionali, il distacco dei magistrati dai propri ruoli» afferma Caiazza.

Le commistioni tra magistratura e politica

«L’esperienza giudiziaria può essere utile come consulenza, ma i compiti attualmente ricoperti da magistrati nella pubblica amministrazione possono essere assunti innanzitutto da personale di ruolo delle stesse amministrazioni. Non è affatto detto che in un ministero il capo di gabinetto, del settore legislativo o del personale debbano essere magistrati. Nel settore pubblico esistono risorse professionali molto qualificate. Se il loro numero è insufficiente, che vengano banditi concorsi per assunzioni senza attingere dal bacino della magistratura».

Insomma, per il presidente dell’Unioni Camere Penali Italiane, la prima “commistione” tra magistratura e politica inizia proprio nei ministeri. «Ci si sbraccia per rivendicare l’indipendenza della magistratura dalla politica, ma ogni nuovo governo si siede a tavolino con l’Associazione nazionale magistrati per spostarne 200 nell’esecutivo. Più dipendenza e commistione con la politica di questo è difficile immaginare».

Infine, un commento sulle “porte girevoli”. «Noi pensiamo che un magistrato entrato in politica debba abbandonare definitivamente la funzione giurisdizionale. II problema non è dopo quanti anni, o se deve tornare a svolgere le funzioni in una regione diversa da quella del collegio elettorale. Un magistrato che ha cambiato mestiere non deve più rientrare nei ranghi della magistratura».

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