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Angelo Burzi prima di suicidarsi: «Sono vittima di un’ingiustizia». La moglie: «Condanna politica»

Angelo Burzi
Prima di togliersi la vita, Angelo Burzi, ex consigliere regionale di Forza Italia, ha lasciato una lettera dove ricostruiva la sua vicenda giudiziaria
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Angelo Burzi, 73 anni, ex assessore e consigliere regionale, storico esponente di Forza Italia, ha lasciato una lettera prima di suicidarsi, accusando i magistrati che ha incrociato nel corso di quattro processi. «Io sono innocente, vittima di una ingiustizia» riporta il Corriere della Sera. Il 14 dicembre, la Corte d’appello di Torino lo aveva condannato a 3 anni di carcere per i rimborsi. «E un’accusa da cui mi sento oppresso», aveva dichiarato Burzi nel maggio 2015, durante il dibattimento di primo grado, dal quale uscì assolto. Sei anni più tardi, dopo la condanna in appello e un rinvio della Cassazione, la nuova pronuncia dei giudici di secondo grado: colpevole.

Burzi, che nella vita faceva l’imprenditore, aveva contribuito a far nascere Forza Italia in Piemonte nel 1993. Chi lo difende oggi che non c’è più è l’ex presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota. «Sono state fatte delle ingiustizie tremende: le spese contestate ad Angelo, come quelle addebitate a me, erano del tutto comparabili con le spese di altri consiglieri che, a mio parere, sono stati giustamente prosciolti in altri gradi di giudizio. C’è stata una inspiegabile differenza di risultati – sostiene l’ex governatore leghista ora in Forza Italia -. Per questo credo sia necessario un serio approfondimento pubblico della vicenda».

Parla la moglie di Angelo Burzi

«Si è ucciso perché si sentiva innocente, perché lo era. Per questo ha fatto quello che ha fatto». Giovanna Perino non ha dubbi sui motivi che hanno spinto il marito, l’ex consigliere regionale e assessore Angelo Burzi, a suicidarsi con un colpo di pistola alla tempia la notte di Natale. «Quella subita per l’inchiesta su Rimborsopoli è stata una condanna politica che gli è piovuta addosso senza colpe. Lui era innocente. E lo ripeteva. È stato perseguitato per quasi dieci anni», dice la moglie in una intervista alle pagine locali del quotidiano “La Repubblica”.

«Era profondamente convinto dell’ingiustizia subita – aggiunge – e poi lo feriva anche il diverso trattamento: alcuni imputati erano stati trattati in un modo, altri in modo diverso. Le sentenze non erano simili, cambiavano a seconda dei tribunali. Ma come è possibile che ci sia questa disparità? Che giustizia è?».

Nella lettera che le hanno consegnato, il marito si lamenta anche per il taglio del vitalizio. «Viveva questo taglio come l’ennesima ingiustizia subita, dopo quella della condanna. C’è chi pensa che si sia arricchito con i buoni pasto o con le cene offerte o con le spese rimborsate, invece non è così. E dopo tutta la vita passata in politica si vede tagliare anche il vitalizio. Anche questo non l’ha sopportato. È stata come una seconda condanna. Ingiusta come la prima».

 

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