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Pignatone: «E’ giusto che gli avvocati valutino i magistrati»

Pignatone
Pignatone spiega come valutare i magistrati: «L'intervento degli avvocati è uno strumento prezioso, che può offrire al Consiglio giudiziario un punto di vista e una sensibilità diversi da quelli dei componenti togati»
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In un lungo intervento pubblicato su “Repubblica“, l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone esprime un parere positivo sulla norma che regola le valutazioni di professionalità dei magistrati. E lo fa, approvando lo schema proposto dal presidente delle Camere Penali italiane, Gian Domenico Caiazza. «Le valutazioni di professionalità dei magistrati, cioè i giudizi formulati sudi loro ogni quattro anni, sulla base del parere degli organismi locali del Csm, i Consigli giudiziari, sono da tempo oggetto di forti polemiche perché si concludono nel 99% dei casi con esito positivo e, soprattutto, senza offrire al Csm elementi per le valutazioni successive, per il conferimento degli incarichi direttivi o semi-direttivi. Stando alle notizie disponibili, il governo proporrebbe l’introduzione di due novità: un giudizio articolato in “discreto, buono, ottimo” e la partecipazione degli avvocati con diritto di voto alle delibere dei Consigli giudiziari su questo argomento. Due modifiche a mio avviso positive» scrive Pignatone su “Repubblica”.

Pignatone, giudizi più specifici per valutare i magistrati

«La prima dovrebbe consentire, o – forse – obbligare, i Consigli giudiziari, che ben conoscono i magistrati del distretto, ad articolare i giudizi in modo più specifico e completo, distinguendo in modo più realistico i loro diversi livelli di professionalità. Una responsabilità, questa, che ricade innanzitutto sui Capi degli uffici, i cui rapporti informativi sono alla base del complesso iter che si conclude con la valutazione. L’intervento degli avvocati è, a sua volta, uno strumento prezioso, che può offrire al Consiglio giudiziario un punto di vista e una sensibilità diversi da quelli dei componenti togati. Non credo poi che ciò costituisca un insuperabile conflitto di interessi, perché lo stesso conflitto potrebbe immaginarsi anche tra pm e giudici o tra giudici delle diverse fasi del processo. E in ogni caso la valutazione finale sarà la sintesi dei pareri espressi dai rappresentanti qualificati delle due categorie»

Magistrati da valutare sui risultati ottenuti

«Trovo anche importante che ciascuna componente si assuma la responsabilità di decisioni di tanto rilievo per il buon andamento del servizio da rendere ai cittadini. Così come è opportuno che tutti sperimentino la difficoltà di sottoscrivere un parere negativo, impugnabile al Tar, senza poter sindacare in alcun modo il merito dei provvedimenti, come impone la legge a tutela dell’indipendenza di ogni magistrato. Non condivido, invece, l’ipotesi secondo cui gli avvocati dovrebbero limitarsi a riferire nel Consiglio giudiziario il voto espresso dal loro Ordine: si tratterebbe di un dato cristallizzato che non terrebbe conto del dibattito con gli altri componenti né di elementi sopravvenuti quali, per esempio, l’audizione dell’interessato» aggiunge Pignatone.

«Le valutazioni di professionalità dovranno anche considerare in modo più incisivo di quanto già non avvenga i risultati del lavoro, cioè della conferma che le richieste di un pm o i provvedimenti di un giudice abbiano o meno ricevuto nelle fasi successive di un processo. Il che non significa, contrariamente a quanto talvolta viene sostenuto polemicamente, che ogni decisione diversa qualifichi la precedente come un errore da imputare al magistrato. Per amministrare giustizia non basta un robot, per quanto evoluto».

Pignatone cita Livatino

«Come diceva Rosario Livatino, “decidere è scegliere. E scegliere è tra le cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare”. Una sentenza di assoluzione non significa che fosse sbagliato il rinvio a giudizio. Ancora oggi, e finché non sarà completata su questo punto la riforma Cartabia, per il rinvio a giudizio pm e gup devono valutare non la probabilità di condanna, ma solo la presenza di elementi che possano sostenere l’accusa a dibattimento. Senza dire che molte delle risultanze di prova raccolte dal pm (a cominciare dalle testimonianze) in udienza e nel contraddittorio delle parti possono cambiare, così come è fisiologico che la difesa offra altri elementi mai prima rappresentati. Per non parlare del caso, tutt’altro che infrequente, di un cambiamento delle norme o della giurisprudenza della Cassazione».

Se Pignatone è d’accordo con Caiazza…

«Allo stesso modo, la scarcerazione del detenuto o la concessione dei domiciliari da parte del gip non significa che un arresto fosse “sbagliato”, perché con l’interrogatorio di garanzia, anche dei coimputati, possono intervenire ammissioni totali o parziali, o si possono attenuare le esigenze cautelare grazie a nuove acquisizioni emerse proprio al momento dell’arresto o delle perquisizioni. E gli esempi potrebbero continuare» scrive Pugnatone sul giornale fondato da Eugenio Scalfari.

«Per questo, come ha rilevato il presidente delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, si deve tener conto solo degli scostamenti molto significativi, tali da indicare un fenomeno patologico. Anche per evitare – aggiungo – un forzato allineamento dei magistrati di merito alla giurisprudenza dominante, che impedirebbe ogni evoluzione dei giudizi, spesso invece indispensabile dati i continui mutamenti in tanti settori (bioetica, ambiente, economia e finanza, per citarne alcuni), tipici di una società complessa come la nostra» conclude Pignatone.

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