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Sciopero del carrello o la “rivolta gentile” delle detenute

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Sciopero nel carcere torinese delle Vallette: niente pasti fino al 23 dicembre. «Il Governo intervenga su sovraffollamento e pandemia da coronavirus»
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Siamo arrivati quasi a fine anno, ma nonostante le buone intenzioni non c’è stato ancora nessun decreto ad hoc per risolvere le criticità delle carceri. A tal proposito, in questi giorni è in corso l’iniziativa non violenta promossa dalle detenute del carcere torinese delle Vallette, che da venerdì scorso e fino al 23 dicembre, sono in “sciopero del carrello” (il vitto offerto dall’amministrazione penitenziaria), per chiedere un concreto segno di attenzione alla loro condizione di persone private della libertà nella emergenza pandemica, attraverso l’approvazione di un provvedimento di liberazione anticipata speciale simile a quello vigente all’indomani della condanna europea per il sovraffollamento delle carceri e ora riproposto in Parlamento per iniziativa dell’onorevole Roberto Giachetti.

Le detenute hanno anche scritto a Il Dubbio, chiedendo di dar voce alla loro mobilitazione pacifica. «I cittadini devono sapere che ogni detenuto costa alla comunità 154 euro al giorno, di cui solo 6 euro per il suo mantenimento e solo 35 centesimi per il percorso rieducativo. Chi non investe nella rieducazione incrementa la recidiva. Questo semplice ragionamento che evidenzia l’incoerenza della classe politica, si siedono infatti allo stesso tavolo, i partiti che sventolano le bandiere dell’inclusione sociale e quelli che invece vorrebbero muri e filo spinato».

L’associazione yairaiha rende noto che anche dal carcere di Oristano, i detenuti hanno aderito allo sciopero del carrello e doneranno il cibo rifiutato alle mense dei poveri. Un importante sostegno all’iniziativa del carcere torinese proviene dai Garanti territoriali delle persone private della libertà. «Oggi, come a marzo 2020, di fronte alla nuova diffusione del Covid- 19, che sta nuovamente ingessando le carceri, prive di sufficienti spazi di isolamento e quarantena dei positivi e dei loro contatti, sarebbe utile un minimo ma generale provvedimento di clemenza, anche solo di un anno, che oggi come allora consentirebbe una più efficace e ordinata gestione delle situazioni di rischio in carcere».

Così il Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, nonché Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa. «Se oggi come allora – prosegue Anastasìa – il Parlamento non ha il coraggio della ragione, la richiesta di una liberazione anticipata speciale che possa aumentare lo sconto di pena per le detenute e i detenuti che abbiano dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione è il minimo provvedimento da adottare subito, che può valere anche da risarcimento delle condizioni di detenzione subite durante la pandemia, certamente più gravi di quelle ordinarie e di quelle vissute nella società libera, con effetti pesantissimi sull’equilibrio psico-fisico e sulle relazioni familiari di tante detenute e detenuti».

Le detenute, già ad agosto lanciarono lo sciopero del carrello, trovando adesioni nelle carceri di tutta Italia, e prima ancora nella popolazione maschile del carcere. Furono in centinaia a rifiutare il vitto per denunciare la quotidianità difficile negli istituti, «perché alla retorica delle “buone intenzioni” – scrivono nell’appello rivolto alla ministra della giustizia Marta Cartabia – il governo risponda con fatti concreti anche per noi cittadini reclusi». Tra le criticità segnalate, ci sono il sovraffollamento ( a Torino sono ospitati circa 1.350 i detenuti su 1.098 posti), la mancata qualità dei prodotti dei pasti – il “Carrello” – ma anche la mancanza di percorsi formativi e quindi riabilitativi e rieducativi. In solidarietà alle detenute c’è stato un presidio di “Mamme in piazza per la libertà di dissenso”, con l’obiettivo di concludere la raccolta fondi proprio a sostegno dell’iniziativa non violenta.

«Se il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni come sostenevano Beccaria e Dostoevskij – proseguono le detenute, allegando decine e decine di firme alla lettera inviata oltre alla ministra anche al direttore del Dap nazionale e ai vertici locali – a distanza di secoli in Italia il senso di umanità, legittimità e legalità, sembrano essersi fermati lontano dalle sbarre. La pandemia ha acuito antiche problematiche, ma neppure l’attuale Governo ha preso una posizione netta per portare nelle prigioni dignità e buonsenso oltre che i diritti fondamentali sanciti dalle costituzioni italiana e europea».

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