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Csm, il consigliere Benedetti: «Serve coraggio: sì al sorteggio temperato»

Benedetti
Il consigliere laico Benedetti, in quota Cinque Stelle, dice sì al sorteggio "temperato" del Csm. «Solo così possiamo frenare il "Sistema" delle correnti»
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Alberto Maria Benedetti, professore ordinario di diritto privato nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Genova, è consigliere laico del Csm. Fu indicato dai Cinque Stelle e eletto poi dal Parlamento. Per pochi voti non ottenne la vice presidenza del Csm, andata poi a David Ermini. Secondo lui la soluzione migliore al momento sarebbe un sorteggio temperato per la nuova elezione del Csm. (LE MOTIVAZIONI DEL CSM SUL CASO PALAMARA)

Crede che questa bozza di riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario riesca a sradicare quegli elementi che hanno condotto al cosiddetto Sistema Palamara?

Il problema è molto complesso e non si può risolvere solo cambiando la legge elettorale, che sembra essere l’unico argomento di discussione in questi ultimi mesi.

Però qual è il suo parere sul maggioritario binominale?

Non sono convinto che il sistema maggioritario vada bene per un organo come il Csm che non deve garantire la stabilità di maggioranze bensì la rappresentatività degli eletti rispetto agli elettori, che sarebbe invece assicurata, se si volesse percorrere fino in fondo il disegno costituzionale del Csm, da un sistema elettorale proporzionale con sbarramento. Tuttavia, considerati gli eventi che hanno investito la magistratura negli ultimi anni, forse sarebbe arrivato il momento di fare una scelta più coraggiosa, magari anche transitoria, per spezzare determinate logiche. Previo approfondimento dei non facili profili di costituzionalità, si potrebbe optare per un sorteggio temperato, come pure da qualcuno è stato sostenuto in questi ultimi tempi.

Per alcuni togati, il sistema maggioritario creerebbe una polarizzazione per cui poi a decidere, ad avere l’ago della bilancia sarà la politica che designa i membri laici.

Non è così. In questo consiglio, ad esempio, i laici hanno svolto un ruolo decisivo, di grande equilibrio, specie nei momenti più difficili. Penso che si dovrebbero fissare regole più stringenti anche sulla scelta dei laici. Per me non dovrebbero far parte del Consiglio coloro che hanno svolto funzioni politiche e governative negli anni precedenti, senza se e senza ma. La Costituzione ambiva ad avere al Csm tecnici e professionisti autorevoli, seppur scelti dalla politica, ma che non fossero rappresentanti di questo o quel partito. Il senso dei laici al Csm è portare in questo consesso l’esperienza professionale e la scienza giuridica.

Un punto importante è anche rivedere il sistema degli incarichi semi-direttivi e direttivi. Tutti i gruppi denunciano la creazione di una magistratura di serie A e una di serie B.

È indispensabile una riforma che ponga fine a un certo tipo di carrierismo avviato dalla riforma Castelli. Un passaggio fondamentale è quello di identificare dei parametri oggettivi, trasparenti sui cui il Consiglio possa costruire le sue valutazioni, senza però tralasciare la discrezionalità che il Consiglio può e deve esercitare in modo conforme ai parametri di legge. Da questo punto di vista accolgo con favore la proposta di ascoltare i candidati selezionati in base ai titoli. Poi ci sono altri elementi importanti che penso dovrebbero esserci nella riforma.

Prego.

Bisogna affrontare seriamente il problema della composizione delle Commissioni consiliari: occorre predeterminare i criteri di selezione dei Consiglieri e forse sottoporre queste scelte al vaglio del plenum. I componenti della sezione disciplinare dovrebbero dedicarsi in modo prevalente a questa funzione molto impegnativa. Una cosa molto importante: la selezione dei magistrati segretari dovrebbe essere fatta attraverso un concorso vero e proprio, come mi sembra la riforma voglia prevedere. E infine l’Ufficio studi dovrebbe essere aperto, sempre mediante concorsi, anche ai laici, ad avvocati e membri dell’Accademia; ciò creerebbe una dialettica per me fondamentale che, oggi, un po’ manca.

Immagino quindi Lei sia favorevole al diritto di voto degli avvocati nei Consigli giudiziari.

Sì. Credo che il modello debba essere quello del Consiglio Superiore in cui componenti togati e componenti laici sono pari a tutti gli effetti nell’esercizio delle funzioni consiliari. Però certamente, accanto alla affermazione di questo ruolo paritario, occorre evitare strumentalizzazioni e possibili conflitti di interesse tra l’avvocato che nel Consiglio giudiziario andrebbe ad esprimere un voto e il magistrato destinatario dei provvedimenti per cui l’avvocato voterebbe. Gli avvocati che sono al Csm devono cancellarsi dall’Albo per garantire la massima indipendenza e autonomia. Questo ovviamente non si può pretendere dagli avvocati del Consiglio Giudiziario.

Che ne pensa della proposta del Partito Democratico per cui l’avvocato sarebbe un semplice delegato che si farebbe portatore di una decisione presa invece dal Consiglio dell’Ordine?

Mi sembra una proposta interessante su cui costruire un punto di mediazione utile perché spersonalizzerebbe il ruolo dell’avvocato presente nel Consiglio giudiziario.

Cosa ne pensa invece delle valutazioni di professionalità? Tutti i partiti ne chiedono una modifica.

È necessario procedere a qualche modifica dell’attuale sistema. Oltre a ciò è indispensabile una responsabilizzazione dei capi degli uffici giudiziari che sono i primi per vicinanza al magistrato da valutare a dover esprimere giudizi. Attualmente il Consiglio riceve per la larghissima parte valutazioni spesso abbastanza uniformi, un po’ piene di clausole di stile e di lodi spesso basate su formulazioni seriali. Il capo dell’ufficio dovrebbe avere il coraggio di esprimere una valutazione effettiva, con meno formule e più sostanza.

E invece è favorevole alla riduzione dei magistrati collocati fuori ruolo?

Sì, sono favorevole, perché la giurisdizione è in sofferenza e ha bisogno dell’apporto di tutti i magistrati. Non mi pare conforme al principio di separazione tra i poteri che troppi magistrati lavorino presso i ministeri: bisognerebbe che il legislatore fissasse con precisione gli uffici che devono essere ricoperti dai magistrati, limitandosi ai soli casi strettamente necessari. Forse bisognerebbe aprire anche all’apporto di avvocati e professori, certamente in grado di offrire un prezioso contributo anche all’azione della macchina amministrativa.

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