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Con Draghi al Colle o a Palazzo Chigi, il “rischio” urne rimane

L’unico modo per scongiurare il ritorno al voto è trovare un candidato terzo e di tutti al Quirinale
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Draghi ancora a Palazzo Chigi o Draghi al Quirinale? Da settimane la politica italiana prova a risolvere questo quesito senza venirne a capo. Le risposte, del resto, sono molteplici ma nessuna esclude lo scenario più drammatico per quasi tutti i leader: le elezioni anticipate.

I partiti di maggioranza preferirebbero lasciare il premier al suo posto per un altro anno con la scusa ufficiale della pandemia da governare e del Pnrr da mettere in sicurezza (come rilevato anche dal Financial Times), ma con l’intenzione non dichiarabile di liberarsi del “commissario” nel 2023, quando i cittadini saranno richiamati naturalmente alle urne e la politica dovrà riprendersi un ruolo da protagonista. E Draghi al Colle non solo provocherebbe quasi certamente un’accelerazione verso il voto, ma terrebbe sotto scacco le forze politiche per i prossimi sette anni. O almeno è questa l’angoscia di quanti lavorano per scongiurare il trasloco del presidente del Consiglio.

Ma per convincere l’ex numero uno della Bce a non muoversi dalla sala comandi per un altro annetto bisognerà trovare un candidato alternativo per il Quirinale sostenuto da una maggioranza il più ampia possibile, che magari comprenda anche Fratelli d’Italia. Solo un presidente eletto da tutti, infatti, potrebbe garantire agibilità politica a Draghi. Al momento solo un profilo sembrerebbe rispondere a queste caratteristiche: Sergio Mattarella. Ma visto che il Capo dello Stato uscente non ha dichiaratamente alcuna intenzione di lanciarsi in un bis – seppur momentaneo, giusto il tempo do togliere le castagne dal fuoco, come volgarmente lasciato intendere da più di un esponente politico – lo scenario si presenta ingarbugliato.

Perché a differenza del 2021 il 2022 non sarà una passeggiata per chi rimane a Palazzo Chigi. Il clima da unità nazionale, condito al massimo da qualche scaramuccia di poco conto tra partiti eterogenei, è destinato a sparire una volta archiviata la “pratica Colle”. I leader dovranno scaldare i motori in vista della fine della legislatura e necessariamente entreranno in un clima da campagna elettorale. E i distinguo, le bordate e le bandierine non saranno più solo tese a mettere in mostra differenti visioni tra alleati di percorso, anche a marcare le distanze tra linea del governo e quella del singolo partito. Un gioco di logoramento, insomma, a cui Draghi, abituato ad amministrare senza conflitti, potrebe scegliere di non partecipare. Sempre che il presidente del Consiglio non manifesti apertamente, o ufficiosamente, l’intenzione di prendere il posto di Sergio Mattarella. In questo caso i partiti più scettici dovrebbero spiegare le ragioni di un’ostilità nei confronti del leader di un governo di cui fanno parte. Sarebbe una situazione davvero imbarazzante e puntellata dalle incognite del voto segreto.

Ma anche qualora Draghi venisse acclamato presidente alla prima votazione, il rischio voto anticipato non sarebbe affatto scampato. Anzi, col premier al Colle potrebbe scatenarsi un fuggi fuggi da un governo guidato con ogni probabilità da una donna o un uomo di fiducia di Draghi. La voglia di sottrarsi al gioco della responsabilità a un anno dalla conclusione della legislatura potrebbe prendere il sopravvento, come segnalato da più di un esponente politico, a cominciare dal dem Goffredo Bettini. «La mia preoccupazione è che non si elegga Draghi a Presidente, quindi rimane premier, poi alla fine il governo non regge» ha detto l’ex ideologo di Zingaretti. «Abbiamo un governo che, data la sua ampiezza, ha anche una sua fragilità e conflittualità. Avremmo così una situazione in cui Draghi sarebbe tolto dalla politica italiana in tutti i ruoli possibili». Perché se solo uno degli azionisti di governo si sfilasse verrebbe giù tutto. E non basterebbe più fare affidamento al terrore di tornare a casa di buona parte degli eletti per tenere in piedi la baracca. Un esecutivo non può pensare di andare avanti per un anno basando la propria azione sul sotegno di un numero seppur consistente di peones.

L’unico modo per scongiurare quasi certamente le urne sarebbe dunque eleggere un presidente in maniera plebiscitaria e lasciare Draghi al suo posto. Ma la presenza in campo di Silvio Berlusconi rischia di complicare le cose, con il centrodestra costretto a sostenere la sua candidatura almeno per le prime tre votazioni. E a quel punto, dal quarto tentativo in poi, nessuna ipotesi sarà scartabile.

 

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