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Quando Minzolini fu condannato da un giudice ex avversario politico

Negli anni in cui era senatore di Fi, il giornalista fu giudicato da un magistrato che era stato per 12 anni deputato del Pd e per due volte sottosegretario dell’Ulivo
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Ma se putacaso nel collegio che deve giudicare un politico si ritrova un politico dello schieramento opposto, la faccenda è davvero ambigua o si sta guardando il capello? L’aula del Senato fu costretta a porsi il problemino il 16 marzo 2017, e a sorpresa la maggioranza dei senatori concluse che sì, in effetti qualche ombra c’era: più precisamente si riscontrava quel fumus persecutionis in nome del quale il senato, capovolgendo il verdetto per le autorizzazioni, negava la decadenza da senatore di Augusto Minzolini, famosissimo giornalista politico, direttore del Tg1, poi senatore e oggi direttore del Giornale, ai sensi della legge Severino.

Minzolini, assolto in primo grado dall’accusa di peculato ne 2013 era poi stato condannato a due anni e mezzo, con pensa superiore a quella richiesta dall’accusa, nel 2014, condanna confermata l’anno successivo dalla Cassazione. Del collegio d’appello faceva parte anche Giannicola Sinisi, magistrato ed eponente dell’allora Partito popolare, sottosegretario agli Interni nel primo governo Prodi e nel governo D’Alema, poi senatore eletto col centrosinistra e tornato poi alla toga. Sinisi aveva scelto di non astenersi, come avrebbe potuto fare, e di schierarsi per la condanna di Minzolini, in quel momento senatore di Fi, cioè dello schieramento avverso al suo. Anche qualora si fosse astenuto la sua presenza nel collegio sarebbe stata problematica. Il ruolo del giudice non si limita infatti a votare: il suo parere influisce comunque sulla sentenza e decidere della sorte di un nemico politico non è il massimo della trasparenza. Piuttosto il contrario. Minzolini si dimise poi comunque, mettendo così fine a una vicenda che di aspetti discutibili ne presentava a mucchi.

Nei due anni e mezzo di direzione del Tg1, dal 20 maggio 2009 sino alla rimozione decisa dal cda il 13 dicembre 2011, Minzolini, accusato di essere troppo berlusconiano, aveva accumulato più tensioni, scontri con una parte della redazione e cause di tutti gli altri direttori di Tg messi insieme nella storia della Rai. La vera bomba però era esplosa nel febbraio 2011 e non riguardava le frizioni politiche con la redazione. Prima la Corte dei Conti, poi a ruota la procura di Roma avevano aperto rispettivamente un’istruttoria e un indagine sui rimborsi delle spese del direttore, cioè sul suo uso della Carta di credito Rai. Il problema era stato sollevato con una lettera del consigliere in quota opposizione Nino Rizzo Nervo all’allora direttore generale Mauro Mauro poi discusso in una riunione del cda alla quale presenziava anche l’esponente della Corte dei Conti incaricato di vagliare le spese Rai. Iscritto nel registro degli indagati in maggio, l’ex direttore del Tg era stato rinviato a giudizio il 6 dicembre, innescando così la pratica che avrebbe portato 5 giorni dopo alla sua destituzione.

L’ex direttore sostenne che le spese private sulla carta di credito aziendale erano dovute a un accordo informale con l’azienda che, non potendo pagare la cifra chiesta dal giornalista per assumere la direzione del Tg, aveva suggerito quella via d’uscita. L’azienda naturalmente non confermò ma è probabile che il giornalista-senatore avesse ragione. Le sue spese non erano superiori a quelle di molti altri suoi predecessori, la Rai non aveva mai segnalato nulla d’irregolare nelle sue spese, neppure nel cda successivo alla lettera di Rizzo Nervo. La Corte d’Assise gli aveva comunque creduto. Quella d’Appello, con Sinisi nel collegio giudicante no.

La Giunta per le autorizzazioni del Senato non ci aveva trovato nulla di strano. L’aula, a sorpresa, invece sì e aveva respinto il parere della Giunta con 137 voti contro 90 e 20 astenuti. Avevano votato a favore dell’odg di Forza Italia che rovesciava il verdetto della Giunta anche 19 senatori del Pd, tra cui Ugo Sposetti, Mario Tronti, Luigi Manconi, Emma Fattorini.Il voto in sé aveva davvero qualcosa di potenzialmente clamoroso perché chiamava in causa il nodo dolente della regolamentazione delle porte girevoli tra politica e magistratura di molti giudici. Dato il clamore della vicenda avrebbe potuto e dovuto accendere un dibattito concreto e produttivo sulla necessità di quella regolamentazione. Invece, come d’abitudine, non se ne fece nulla. Minzolini si dimise da solo. Il cuore reale della faccenda fu rapidamente nascosto sotto il tappeto.

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