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A trent’anni da Mani pulite, vi spiego che cosa accadeva a Milano

Milano
Un giudice racconta il "trucchetto" grazie al quale le richieste del pool di milano finivano sempre sulla scrivania di un unico gip...
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Ho appena letto un ampio articolo di Fabrizio Cicchitto nel trentennale di Mani pulite e quindi dell’origine del giustizialismo e, per alcuni, dell’idea di un socialismo per via giudiziaria.

L’autore fa un breve accenno al ruolo svolto a Milano dall’ufficio Gip. Anche allora, negli anni ’90, vi prestavo servizio e quindi posso dare un contributo raccontando meglio una storia che pochi conoscono. È solo un aspetto tra i tanti di un fenomeno giudiziario con molte angolazioni, ma non è secondario, vale la pena di ricordarlo e posso narrarlo in prima persona.

Cicchitto parla di un unico Gip che accentrò, indebitamente, tutti filoni di quell’indagine rivolta pressoché all’intero mondo politico e imprenditoriale. Non sbaglia e spiego meglio cosa è successo. L’ufficio Gip in quel momento era un passaggio decisivo perché era chiamato ad accogliere o respingere la richiesta di cattura presentate dal Pool e poi le istanze di scarcerazione o di arresti domiciliari, un meccanismo da cui in pratica dipendeva il funzionamento e lo sviluppo di quell’inchiesta “sistemica”.

Era comodo per la Procura avere un unico Gip già sperimentato, per alcuni già “direzionato”, e non doversi confrontare con una varietà di posizioni e di scelte che potevano incontrare all’interno dell’ufficio Gip, formato da una ventina di magistrati.

Andava evitata e prevenuta una possibile variabilità di decisioni dei giudici che potesse in qualche modo creare “difficoltà” alle indagini o comunque costringere chi le conduceva a confrontarsi con punti di vista diversi. Così il Pool escogitò un semplice ma efficace trucco costituendo, a partire dall’arresto di Mario Chiesa, un fascicolo che in realtà non era tale ma era un “registro” che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall’essere da gestite dal Pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti in tutti i settori della Pubblica amministrazione era sempre lo stesso, il 865592, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere, tra l’altro anche a vicende per cui la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria di Milano non esisteva.

Invece le regole nella sostanza volevano che ad ogni notizia di reato fosse attribuito un numero e ad ogni numero seguisse la competenza di un Gip non individuabile priori. Ma questo espediente dell’unico numero impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell’unico Gip iniziale, quello dell’indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del Pool. Un paio gli anni dopo, nel 1994, vale la pena di ricordarlo, Ghitti divenne consigliere del Csm: un’elezione e un prestigioso incarico propiziati quasi esclusivamente dall’essere stato appunto il “Gip di Mani pulite”.

I principi dell’Ufficio furono quindi sovvertiti radicalmente e non si trattava di regole puramente organizzativo o statistiche ma che dovevano presiedere al principio del giudice naturale e cioè che il giudice fosse del tutto indipendente e non fosse scelto da altri, soprattutto non dalla Procura.

Ci fu anche un episodio che mi riguardò.

Nel maggio 1993 un filone arrivò a me per “sbaglio”. Si trattava di quello relativo ad alcune presunte tangenti, peraltro romane, pagate nella Asst l’Azienda dei Telefoni, una storia che nulla aveva a che fare ovviamente con il Trivulzio. Ma portava scritto sulla copertina quel famoso numero.

Nel giro di pochi giorni, prima ancora che potessi decidere su alcune richieste del Pool, il fascicolo mi fu sottratto senza tanti complimenti e passò al Gip Ghitti, evitando così che non solo io, questo non è affatto importante, ma che qualsiasi altro Gip dell’ufficio “interferisse” nella macchina di Mani pulite.

Questa abnormità fu più che tollerata, e tollerata forse è dir poco, dai capi dell’ufficio Gip. Feci loro notare con una nota documentata la situazione del tutto illegittima che si era creata. Le mie osservazioni furono semplicemente cestinate. Non era il tempo di seguire le strada giusta ma di adeguarsi al mainstream.

È andata così. Conservo ancora a distanza di tanti anni una cartellina con quegli atti e la lettera che avevo inviato al capo Ufficio. Del tutto inutile. L’ufficio Gip si inchinò e fece una triste figura.

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