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Responsabilità civile dei magistrati: il quesito referendario è sbagliato

Palamara
È insufficiente rispetto all'obiettivo di rendere efficace la lagge e realizzare la responsabilità diretta dei magistrati
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di Bruno Lago

Tra i referendum promossi da Lega e Partito Radicale, quello sulla responsabilità civile dei magistrati è probabilmente il più importante: una riforma seria non può partire che dalla responsabilizzazione del magistrato nell’amministrazione della giustizia. Tuttavia, con l’esperienza di chi è stato vittima di un errore giudiziario e ha cercato invano di avere giustizia attraverso la legge Vassalli, posso tranquillamente affermare che il quesito è sbagliato per almeno due ragioni.

La prima: cancellare la parola “Stato” dal testo della legge per chiamare il magistrato a una responsabilità diretta è giusto in linea di principio, ma non necessariamente riflette gli interessi del ricorrente, certamente meglio tutelato dalla responsabilità civile in capo allo Stato. La responsabilizzazione del magistrato si poteva ottenere modificando le norme scandalose per l’azione di rivalsa (art. 7 e seguenti) che obbligano lo Stato a rivalersi (parzialmente) sul magistrato per via giurisdizionale (in caso di vittoria del ricorrente in Cassazione, dopo forse 10 anni!). Lo Stato ha due anni per avviare il recupero con altri tre gradi di giudizio e il magistrato “pagherebbe” forse dopo 20 anni per l’errore commesso.

La seconda: ottenere una responsabilità diretta senza aver modificato la clausola di salvaguardia all’art. 2 che “assolve” il magistrato per errori di interpretazione delle norme o dei fatti è totalmente inutile ai fini dell’obiettivo del referendum. Quasi tutta l’attività del magistrato viene esclusa da responsabilità, a meno che non ricorrano la colpa grave o il dolo, fattispecie quasi impossibili da provare visto che da trent’anni la Cassazione si esercita con scappatoie lessicali per vanificare qualsiasi responsabilità in capo al magistrato.

Inoltre, se passasse il referendum, le modifiche legislative che poi dovranno essere definite sul testo di legge nel rispetto della volontà popolare saranno scritte dagli uffici parlamentari e dal ministero di Giustizia. L’importante sarà seguire con attenzione questo lavoro per evitare l’influenza delle lobby dei magistrati per annacquare i risultati della consultazione popolare, come avvenuto sistematicamente in passato.

Infatti, il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici, approvato dall’ 80% dei votanti, era stato organizzato sull’onda emotiva del caso Tortora e portò alla approvazione della legge Vassalli nel 1988 sulla responsabilità civile dello Stato per gli errori dei giudici. Si preferì cioè optare per una responsabilità indiretta del magistrato per salvaguardarne l’indipendenza, si disse. Ma come affermò la professoressa Severino in un convegno sulla riforma della legge Vassalli, la legge del 1988 era stata “congegnata per non funzionare” e il dottor Cantone aggiunse che “era stata tradita la volontà popolare” visto il risibile numero dei procedimenti in cui lo Stato era stato condannato.

Questo era ben noto a tutti ma la politica non ha agito per debolezza nei confronti della magistratura e ci siamo tenuti una legge inefficace per quasi trenta anni. Finché una azienda italiana (Traghetti del Mediterraneo), dopo il rigetto in Cassazione della propria citazione, fece ricorso alla Commissione Europea per violazione delle norme europee sulla concorrenza.

La Commissione aprì la procedura di infrazione contro l’ Italia nel 2009 con il deferimento alla Corte di Giustizia che nel 2011 giudicò inaccettabile che lo Stato non rispondesse degli errori dei suoi giudici nell’applicare le norme europee, per altro recepite dalla legislazione nazionale.

Il governo Renzi fu perciò obbligato a far approvare nel 2015 una legge di riforma della Vassalli sulla base di un difficile compromesso con i magistrati che ne hanno pesantemente influenzato il testo per annacquare l’ attribuzione di eventuali responsabilità. Ma la riforma non funziona perché: il cittadino deve citare lo Stato nella persona del Presidente del Consiglio e non i magistrati sui quali lo Stato si potrà rivalere secondo specifiche modalità.

Questo significa che, in caso di sentenze di primo o secondo grado favorevoli al ricorrente, l’Avvocatura dello Stato ricorrerà sempre fino in Cassazione. Il ricorrente, per la disparità di forze in campo, sarà scoraggiato all’azione per i costi legali da sopportare e i tempi necessari; poi c’è la clausola di salvaguardia da abolire per le ragioni dette.

Si può perciò concludere che il quesito referendario è insufficiente rispetto all’obiettivo di rendere efficace la legge e realizzare la responsabilità diretta del magistrato. I magistrati naturalmente non condivideranno mai questa analisi e sosterranno che si tratta di aspetti indispensabili per salvaguardare il principio prioritario di rango costituzionale, quello dell’indipendenza dei giudici. Ma a ben vedere si tratta di un tabù evocato per mantenere garanzie e privilegi: non è forse altrettanto importante garantire al cittadino danneggiato dagli errori dei magistrati il diritto al risarcimento come richiesto dalla Corte di Giustizia?

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