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Matteo Ricci: «Con Draghi al Colle il voto anticipato non può essere escluso»

Matteo Ricci
Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, parla del futuro del premier: «Aver rinviato la discussione sulla legge elettorale rafforzerà chi vuole Draghi al Quirinale»
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Fresco di inaugurazione della nuova sede delle Autonomie locali, casualmente (o forse no) in via delle Botteghe Oscure, il presidente Ali e sindaco di Pesaro, il dem Matteo Ricci, spiega che «se non si trova un accordo sul Colle si va verso uno strappo insanabile per il futuro del governo» e che bisogna cambiare la legge elettorale «per dare un futuro politico al governo Draghi».

Sindaco Ricci, quanta probabilità ha Mario Draghi di essere eletto al Quirinale?

È evidente che questo Parlamento ha bisogno di trovare una candidatura con un consenso molto ampio già dalle prime votazioni. Altrimenti il rischio, come ha spiegato il nostro segretario Enrico Letta, è che una spaccatura netta tra le forze politiche sul presidente della Repubblica possa creare un’immediata crisi di governo. Di conseguenza serve una candidatura con una capacità di raccogliere un consenso molto ampio e Draghi è certamente una figura con queste caratteristiche.

Proseguiamo su questa ipotesi, e quindi Draghi è eletto capo dello Stato. Come va avanti, se va avanti, la legislatura?

A quel punto la partita diventerebbe molto complessa. Credo tuttavia che se gli italiani potessero scegliere, si esprimerebbero senza dubbio per la permanenza di Mattarella al Quirinale e di Draghi a palazzo Chigi. È ciò che servirebbe al Paese in questo momento, ma sappiamo quanto l’ipotesi di un Mattarella bis sia molto complicata, non solo per la sua presa di posizione ma anche perché può avvenire soltanto se tutte le forze politiche glielo chiedessero esplicitamente. Di certo le due figure con la maggiore capacità di costruire un consenso larghissimo in Parlamento sono i due attuali presidenti. Ma con Draghi al Colle non si potrebbero escludere le elezioni anticipate.

Tornando alle parole di Letta, di certo non sono mancati in passato presidenti eletti solo da una parte, basti pensare al 51 per cento dei grandi elettori che elessero Giovanni Leone. Cosa è cambiato da allora?

Senza andare troppo indietro nel tempo, diciamo che negli ultimi vent’anni c’è sempre stato uno schieramento con una maggioranza relativa. In genere era il centrosinistra, che dopo la quarta votazione aveva la maggioranza per eleggere il presidente della Repubblica. È avvenuto così per Ciampi, per Napolitano e per Mattarella. Questa volta nessuna delle due parti politiche ha la maggioranza, il che vuol dire se non si trova un accordo tra le parti si va verso uno strappo insanabile per il futuro del governo. Oggi siamo in un governo di larghe intese, ma se quelle intese saltano allora una parte non si può più fidare dell’altra. Ma c’è un punto precedente a tutto questo e riguarda la legge elettorale.

Si spieghi meglio.

Se la legge elettorale non cambia, l’esperienza del governo Draghi non ha una prospettiva politica. Perché è evidente che con quella attuale, che rafforza il bipolarismo visto che un terzo dei parlamentari sono eletti in collegi uninominali, un’esperienza di larghe intese con una forte matrice europeista non ha un futuro dopo il 2023.

Verso quale modifica della legge elettorale si dovrebbe andare?

Serve un proporzionale con soglia di sbarramento alta, diciamo al 5 per cento sul modello tedesco. Questo creerebbe i presupposti per un governo Draghi anche dopo il 2023. Ma l’aver rinviato la discussione sulla legge elettorale rafforzerà nelle prossime settimane la prospettiva di chi dice che bisogna eleggere Draghi al Quirinale per salvaguardare la presidenza della Repubblica come garanzia nei confronti dell’Unione europea, del Pnrr e dello scenario internazionale. Secondo me, insomma, l’elezione del capo dello Stato e la nuova legge elettorale sono questioni strettamente collegate.

Diciamo che non c’è molto tempo per parlare di legge elettorale da qui al voto per il Colle…

Se cambierà o meno qualcosa dipende molto dalla parte più moderata del centrodestra. Bisognerà capire se i vari Brunetta, Carfagna, Gelmini e lo stesso Giorgetti fanno sul serio o chiacchierano. Se vogliono costruire un centrodestra diverso o se vogliono tenere la parte moderata attaccata all’abbraccio mortale dei sovranisti.

Pensa che una legge elettorale sul modello tedesco possa trovare sponde in altri partiti?

Conte si è già espresso in tal senso. Nel Pd questa era l’ipotesi messa in campo con Zingaretti non più di un anno fa. Forza Italia l’ha sempre caldeggiata, lo stesso Giorgetti è uno che ne ha parlato proprio per far entrare la Lega in uno scenario più europeista. Ma bisogna capire se in queste settimane hanno solo riempito le pagine dei giornali o vogliono fare sul serio.

Se invece non cambia, il fronte largo del centrosinistra si allargherebbe sempre di più?

Letta sa che se non cambia la legge elettorale non c’è alternativa al fronte largo. Con quella attuale, sia Conte che Calenda non possono fare gli schizzinosi, bisogna costruire un fronte largo da Bersani e Conte fino a Calenda e alla parte moderata del centrosinistra.

Compreso Renzi?

Renzi si è messo fuori da solo con un altro progetto politico, sta dando continuamente segnali alla destra e giocherà la partita del Quirinale offrendo sponde al centrodestra. Si è posto in alternativa al Pd e al M5S e non so dove andrà a finire, ma di certo rimarrà una grande delusione per la sinistra riformista che aveva creduto in lui.

Torniamo al Colle: se non Draghi, chi?

Qualche giorno fa D’Alema ha rilanciato un’ipotesi stimolante che farebbe fare un passo in avanti nella modernizzazione del paese: eleggere una presidente donna. Ma faccio fatica a individuare una donna che possa ottenere un consenso molto alto in questo Parlamento. Ce ne sarebbero a decine, intendiamoci, ma con questa frammentazione credo sia molto complicato.

Letta ha detto che sulla cannabis legale e altri temi «decideranno le agorà». La classe dirigente del Pd non ha più il coraggio di scegliere?

Ci sono dei temi sui quali la cittadinanza è più avanti del ceto politico. Uno di questi è il fine vita, tema sul quale serve una legge. Così come credo siano più avanti sui diritti civili legati alla diversità e sulla legalizzazione della cannabis. Le Agorà serviranno a comprendere ancora meglio che ci sono dei temi sui quali occorre nel Pd maggiore radicalità. Come dice Letta dobbiamo essere il partito della responsabilità, ad esempio sul Covid, ma dobbiamo avere il coraggio di scelte radicali come sul ddl Zan e lo Ius soli.

Che a forza di radicalità giacciono ancora nel cassetto.

Il problema è una destra in Italia è estrema su molti temi e non vuole fare i conti con l’Italia di oggi. Non si capisce perché un bambino nato qui da genitori stranieri non può avere gli stessi diritti di mio figlio. Ma credo che l’aver tenuto un atteggiamento netto e chiaro su temi come il ddl Zan abbia rafforzato la proposta politica del Pd.

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