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A chi serve il mito della mafia invincibile?

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La lotta alla mafia è una cosa seria e immiserendola con l'allarmismo e la propaganda non si rende onore e servigio a quanti hanno sempre ritenuto che fosse un nemico da poter sconfiggere ; descrivendola come invincibile, in fondo, ci si iscrive al partito dei conniventi, ossia di quanti la vogliono in esistenza per motivi che troppo hanno a che fare con le proprie fortune. 
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Esiste oggi un’emergenza mafia? La risposta tra quanti conoscono a fondo la reale condizione delle organizzazioni malavitose del paese è tutt’altro che scontata. Diradato il fumo della propaganda, messi da parte gli interessi carrieristici ed economici di quanti hanno fatto della “lotta alla mafia” un mestiere senza il quale non saprebbero come sbarcare il lunario, andare in tv, rilasciare interviste, percepire sovvenzioni pubbliche e prebende varie; messo da parte tutto questo, a dire il vero ci  sarebbe da discutere a lungo del tema.

Non è controversa la buona fede di coloro i quali – pochini sia chiaro – sono davvero convinti che le piovre abbiano conquistato il paese e che, come nel Benito Cereno di Melville, i poteri legali siano solo il simulacro, l’ombra ingannevole di un centro occulto che muove pedine e burattini e conduce da sempre la nave Italia per rotte illegali.

Molti di costoro non possono dimostrare le proprie tesi se non per suggestioni, accostamenti, giustapposizioni e tante supposizioni in cui manca, spesso, ogni prova di un legame certo o anche solo probabile tra i fatti. Decine di libri, di reportage, di dichiarazioni supportano questo credo cui occorre portare rispetto, mi pare evidente. Ci si muove nell’ambito appunto di un credo che – tornando all’illuminante articolo di Aldo Varano di un paio di giorni or sono – tiene insieme, in un fatidico 1969, un summit in Aspromonte dell’Onorata società, il golpe Borghese e, visto che ci siamo, anche lo sbarco sulla luna che, già da solo, costituisce uno dei luoghi privilegiati in cui si esercitano le teorie complottiste.

A chi potrebbe replicare, infastidito o irritato, che lo sbarco sulla luna non c’entra nulla con la ndrangheta e con il colpo di stato ideato del 1969, si potrebbe comodamente rispondere che non sarebbe del tutto impossibile trovare qualche accattone di pentito disponibile a dichiarare che la Cia abbia simulato il primo passo di Neil Armstrong sulle sabbie lunari per consentire alle coppole calabresi e ai generali di valersi della possente copertura americana, potenza capace di conquistare lo spazio. Provocazioni, certo, solo provocazioni. Ma senza prove lo sono anche tutte le altre tesi, compresa quella di un mondo governato dalla Spectre mafiosa italiana.

I fatti dicono altro. Sequestri e confische antimafia portano a galla marginalità finanziarie e patrimoniali rispetto all’immaginifico mondo dorato descritto da alcuni centri studi e trasferito in report che confezionano stime plurimiliardarie delle ricchezze mafiose tratte da fonti imprecisate, approssimative, suggestive, mai verificate o verificabili.

Due dati: basterebbe leggere l’elenco dei beni gestiti dall’Agenzia nazionale per rendersi conto di come non esista alcuna corrispondenza tra quelle stime allarmistiche e ciò che la pur brillante e incessante attività investigativa porta in evidenza ogni anno; secondariamente occorrerebbe banalmente chiarire perché decine di mafiosi, camorristi e ndranghetisti si siano affannati per percepire il reddito di cittadinanza se – suddividendo le stime astronomiche per il numero presunto degli affiliati – ciascun malavitoso dovrebbe avere a disposizione alcuni milioni di euro di profitti illeciti e ogni anno, si badi bene. Da ultimo l’allerta antimafia segnala il tentativo di aggredire il sistema delle misure antimafia e di mettere mano all’ergastolo ostativo, sostenendo che così verrebbero meno due pilastri insostituibili dell’azione di contrasto alla piovra.

Bene, chi scrive condivide l’idea che la prevenzione antimafia abbia una propria ragione d’esistere e che, gestita con prudenza e capacità, sia un connotato indefettibile dell’azione di contenimento alle cosche. E’ proprio chi sposa la tesi dei miliardi di euro occultati ogni anno e mai scoperti, chi sostiene che l’economia mondiale sia inquinata in profondità dai patrimoni mafiosi, chi denuncia che le criptovalute siano il campo libero del riciclaggio dei clan, chi lancia allarmi persino sui contatti tra ndrangheta e Isis che dovrebbe invocare a viva voce che un sistema del genere, così incapace di far fronte a questa asserita devastazione economica, sia messo da parte.

Invece si lanciano allarmi contro il rischio di una dismissione o di una riduzione del sistema di prevenzione, non rendendosi conto – facendo finta di non  rendersi conto – che coerenza pretenderebbe che non si difenda l’inefficienza e non si conservi lo status quo. Ma quello della coerenza è un altro discorso. In modo simmetrico, si dice che l’ergastolo ostativo – quello che non consente ai mafiosi di accedere ai benefici carcerari senza una collaborazione di giustizia – sia uno strumento indispensabile e irrinunciabile per la lotta alle mafie. Bisogna intendersi. La Corte costituzionale ha detto altro, ma passi; toccherà (forse) al legislatore mettere mano alla questione.

Se si intende dire che occorre far morire i mafiosi in carcere, la tesi ha, come dire, una propria ragionevolezza punitiva. Se ergastolo è che ergastolo sia. Peccato che la Costituzione dica altro e che dozzine di sentenze della Consulta ricordino che l’ergastolo è compatibile con la funzione rieducativa della pena alla sola condizione che preveda un’emenda in corso di esecuzione e, quindi, un’attenuazione.

C’è, però, chi abbraccia la tesi di una mera funzione distributiva della pena e, quindi, repressiva. Secondo questa traiettoria, insomma, che muoiano in carcere; punto e basta. Il pendolo del diritto è molto chiaro e corre in direzione opposta, ma ogni opinione è lecita. Se solo si avesse il coraggio di esprimerla in questi termini. Ma, si sa, non è politicamente corretto spingersi in avanti con chiarezza su questo punto e allora si aggira il problema dicendo che, con l’abolizione dell’ergastolo ostativo, si prosciugherebbe il fiume delle collaborazioni di giustizia, strumento parimenti prezioso dell’arsenale antimafia. Anche questa volta, però, i fatti dicono altro.

Messa da parte la collaborazione di Gaspare Spatuzza, iniziata da oltre un decennio, il fiume è un rigagnolo, se non un acquitrino, e nessun rilevante pentimento di mafia si è avuto da moltissimo tempo a questa parte. I boss non cedono, non intendono collaborare e le aule di giustizia sono affollate di seconde e terze linee che o non hanno nulla di particolarmente rilevante da dichiarare oppure si inseriscono a mano libera nelle varie main stream più o meno complottiste (golpe, raduni, logge, miliardi e via seguitando) per accreditarsi presso qualche inquirente compiacente o sprovveduto.

Insomma la lotta alla mafia è una cosa seria e immiserendola con l’allarmismo e la propaganda non si rende onore e servigio a quanti hanno sempre ritenuto che fosse un nemico da poter sconfiggere ; descrivendola come invincibile, in fondo, ci si iscrive al partito dei conniventi, ossia di quanti la vogliono in esistenza per motivi che troppo hanno a che fare con le proprie fortune.

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