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Mirabelli: «Modello Austria? No, meglio l’obbligo vaccinale»

modello Austria
INTERVISTA. Il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli contro il "modello Austria"
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In Austria da lunedì, per far fronte alla quarta ondata di Covid, è iniziato il lockdown solo per i non vaccinati. Se ne discute anche in Italia e come sempre ci si divide tra favorevoli e contrari. Noi ne abbiamo parlato con il professor Cesare Mirabelli, giurista, ex presidente della Corte Costituzionale che ci esprime tre concetti fondamentali: il modello austriaco è discriminatorio e non potrebbe essere esportato nel nostro Paese; occorrerebbe prevedere l’obbligo vaccinale; si valuti attentamente l’eventuale proroga dello stato di emergenza per non incorrere in derive autoritarie che comprimono i diritti individuali.

Professore qual è il suo parere sul cosiddetto “modello Austria”?

Bisognerebbe conoscerne i dettagli per esprimere un parere completo. L’espressione generica “lockdown” racchiude una platea molto vasta di possibili restrizioni. Sarebbe ammissibile richiedere il certificato di vaccinazione per andare in luoghi affollati, partecipare a manifestazioni sportive e culturali, entrare in pubblici esercizi come i ristoranti. Invece non sarebbe ammissibile, perché discriminatorio, limitare la libertà di circolazione, le uscite da casa e la vita lavorativa e relazionale per una fetta di popolazione non vaccinata. La domanda di fondo però è un’altra.

Quale?

Non sarebbe più lineare, corretto e semplice imporre l’obbligo di vaccinazione per legge? Questo sì che la Costituzione lo consente, naturalmente con l’esenzione per chi per ragioni sanitarie non può sottoporsi al vaccino, che è un trattamento sanitario.

Il Governo forse non vuole prendersi una responsabilità così grande, anche per paura di cause future.

Può essere in qualche modo tardivo l’obbligo adesso perché già l’80% della popolazione è vaccinata. Però farebbe chiarezza e semplificherebbe ogni tipo di discussione e disposizione. Ci servirebbe una legge ad imporre l’obbligo, invece di queste induzioni e imposizioni indirette. Immagino che nel periodo in cui è iniziata la somministrazione del vaccino non ci fossero né elementi di conoscenza né dosi sufficienti per imporre un obbligo. Adesso la situazione è diversa.

In base alla Costituzione e al nostro quadro normativo, il ‘modello Austria’ sarebbe esportabile in Italia?

Non sarebbe esportabile un lockdown duro come quello vissuto da tutti noi nei mesi più difficili della pandemia. Il ricordo si attenua ma non uscivamo di casa, la spesa veniva lasciata sui pianerottoli, funzionavano solamente i servizi essenziali. Quello scenario, ossia una limitazione così incisiva della libertà e della vita di relazione, imposto oggi ai non vaccinati sarebbe discriminatorio e irragionevole.

Nel nostro Paese si è discusso molto in questi ultimi giorni del diritto alla libertà di manifestazione. Qual è il suo pensiero su questo?

Il diritto di manifestare pubblicamente e di riunirsi pacificamente, dopo aver comunicato i dettagli alle autorità che garantiscono la sicurezza, è sacrosanto. Non esiste però un diritto a manifestare in un determinato luogo: se i cortei transitano sempre negli stessi posti, fermando così l’attività della vita cittadina, diventa un problema. Sul piano della salute sarebbe ragionevole chiedere a chi partecipa alle manifestazioni di essere vaccinato.

Un altro problema è il green pass sui luoghi di lavoro.

Dovendo essere assicurata la salute sul posto di lavoro, per sé e per gli altri, ritengo che ci debba essere la richiesta di vaccinazione. Tutto quanto appena delineato porta sempre e comunque a giustificare l’obbligo di vaccinazione generalizzato.

Probabilmente il prossimo Consiglio dei Ministri deciderà di prorogare lo stato di emergenza per altri sei mesi. Crede che sia eccessivo oppure no?

La legislazione che consente lo stato di emergenza era nata per gestire le calamità naturali, ossia situazioni nelle quali l’effetto dannoso era immediato o circoscritto nel tempo. Non avevamo mai sperimentato una circostanza come quella di una pandemia, per la quale l’effetto dannoso si protrae nel tempo. La durata dello stato di emergenza poteva essere di un anno, prorogabile per altri dodici mesi.

Questo è ragionevole perché non si possono consentire deroghe o eccezionalità nelle fonti del diritto o nella gestione in via straordinaria dell’emergenza se non per un tempo limitato. Cosa accade ora? Credo che dovrà essere valutata la situazione al momento in cui scadrà l’attuale stato di emergenza per valutare se c’è una situazione di reale emergenza determinata o dall’ulteriore diffondersi o riaccendersi della pandemia o dal mutamento del virus e dalla sua diffusività. L’interesse che sembra esserci ora nel prorogare lo stato di emergenza risiede nell’evitare che si possa diffondere una qualche variante che potrebbe attaccare chi è stato già vaccinato.

Però Presidente, da tempo si è aperto  un vero e proprio dibattito sul diritto dell’emergenza, perché l’impressione è che più si prolunga lo stato di emergenza più ci troviamo dinanzi ad una compressione e compromissione dei diritti individuali. Condivide questa preoccupazione?

Si tratta di una preoccupazione che è giusto avere. Non bisogna abituarsi all’eccezionalità e alla restrizione del godimento di diritti fondamentali. Se e quando si dovesse fare una nuova valutazione per prorogare lo stato di emergenza nel nostro Paese, occorrerà che essa sia davvero grave e che le misure che vengono imposte ai cittadini siano appropriate e proporzionate rispetto all’obiettivo. Su questo occorrono un’attenzione e un controllo molto forte  da parte del Parlamento: siamo in una situazione assolutamente tranquilla, per cui bisogna evitare che si inneschi una prassi che possa essere pericolosa laddove si manifestassero delle derive autoritarie.

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