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«Modificare l’articolo 27 della Costituzione». «E’ già troppo il 41bis»

41 bis
Fratelli d'Italia replica al nostro articolo sull'ergastolo ostativo. "Il nostro approccio alla giustizia è pragmatico". La controreplica del direttore Varì.
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di ANDREA DELMASTRO DELLE VEDOVE (RESP. GIUSTIZIA FDI)

Egr. Direttore, ho letto l’articolo del Suo giornale sulle proposte di legge di Fratelli d’Italia in merito all’ergastolo ostativo. Mi consenta, in premessa e senza alcuna vena polemica, ma per amore di verità e gusto del confronto, precisare che il titolo stesso è fuorviante, laddove suggerisce di far sapere a “Giorgia Meloni” che per la Consulta l’ergastolo ostativo, così come è oggi, è già di per incostituzionale. La consapevolezza è tale e tanta che siamo corsi ai ripari tempestivamente sia con una legge ordinaria nel solco delle indicazioni della Consulta, sia con una proposta di legge costituzionale che intervenga sull’art. 27 della Costituzione al fine di evitare continue erosioni di una delle funzioni della pena: quella preventiva e di difesa sociale.

L’art 27 della Costituzione è stato il grimaldello culturale di chi, in questi anni e a più riprese, ha lentamente eroso la certezza della pena sul presupposto che esisterebbe, nella polifunzionalità della pena, un valore “tiranno”: quello della funzione rieducativa. La rieducazione è una delle funzioni pena e fingere che sia l’unica ha comportato la lenta erosione del valore di difesa sociale e di prevenzione generale della pena. Nella proposta costituzionale, pur mantenendo inalterata la funzione rieducativa della pena, introduciamo a caratteri cubitali che “la legge garantisce che l’esecuzione delle pene tenga conto della pericolosità sociale del condannato e avvenga senza pregiudizio per la sicurezza dei cittadini”.

È blasfemo o incostituzionale richiamare l’esigenza di sicurezza dei cittadini che è alla base del contratto sociale con cui nasce lo Stato per cui i cittadini autolimitano loro diritti assegnando il monopolio della sicurezza e della giustizia allo Stato? Fratelli d’Italia ha un approccio pragmatico e non ideologico alle vicende della giustizia, rifiutandosi di militare nelle contrapposte e speculari curve ultras tanto dei garantisti che dei giustizialisti. Siamo convinti della necessità di garantire i diritti degli indagati e degli imputati in ogni fase e grado del procedimento, ma crediamo che in Italia, per paradosso, vengano compressi diritti di imputati e indagati e vi sia troppo lassismo nei confronti dei condannati con sentenza passata in giudicato.

Questa deriva culturale che nasce dal fuorviante convincimento che la funzione della pena si risolva nella sola funzione rieducativa che ne è tratto essenziale, ma non totalitario. Non possiamo permetterci che tale distorsione della funzione della pena possa disarticolare il percorso di frontale contrasto alla criminalità organizzata che, non a caso, ha fatto del contrasto alla normativa del carcere duro la madre di tutte le battaglie contro lo Stato.

La Consulta si limita a precisare che non può più assumersi come presunzione assoluta la pericolosità sociale del detenuto per reati associativi se non collabora con la giustizia. Fermo restando che la mancata collaborazione rimarrà un indice della presunzione relativa di pericolosità sociale, Fratelli d’Italia ha depositato una proposta volta a scongiurare che il percorso infra murario, la formale dissociazione e la partecipazione al lavoro non siano gli unici indici per concedere la liberazione condizionale.

Con la proposta di legge ordinaria addossiamo all’istante l’onere probatorio ( si chiama onere probatorio rafforzato ed è assolutamente legittimo) di aver rescisso ogni legame con l’ambiente mafioso e l’assenza del pericolo di ripristino, introduciamo maggiori e più penetranti poteri di controllo da parte del Giudice e assegniamo il potere di speciali prescrizioni per scongiurare che il mafioso, ottenuti i benefici, possa nuovamente flagellare la società. Ebbene sì, vogliamo addossare al mafioso l’onere della prova della assoluta rottura dei collegamenti con la criminalità organizzata, pretendiamo che prima di valutare qualsiasi beneficio si abbia la certezza che non ripristinerà i contatti con l’ambiente malavitoso, consideriamo corretto che un mafioso non possa ottenere benefici vivendo nel lusso in assenza di risarcimento della vittima.

Per la particolarità del fenomeno mafioso, è veramente poco probabile che un associato, se veramente pentito, non abbia spunti da offrire, in termini di collaborazione alla giustizia, ma si può affermare che prima di ottenere la liberazione dobbiamo avere almeno la certezza che non ripristinerà collegamenti con gli ambienti malavitosi? O ancora possiamo dubitare della dissociazione formale di chi, ottenuti i benefici, potrà vivere godendo di notevoli patrimoni famigliari, senza aver avvertito la necessità di risarcire la vittima?

Questo è il succo della proposta di Fratelli d’Italia che, nel solco delle indicazioni della Consulta, si prefigge di mantenere la durezza del carcere nei confronti delle associazioni delinquere di stampo mafioso, perché il contrasto alla Mafia deve rimanere frontale senza gargarismi garantistici che consegnerebbero la vittoria a Totò Riina nella sua pluridecennale battaglia contro l’ergastolo ostativo. Per noi vince sempre lo Stato, per noi non potrà mai vincere la mafia.

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Gentile onorevole, innanzitutto la ringrazio per la pacatezza e il tono della sua lettera. Temo però – e intendiamoci: lo dico col massimo rispetto che sia l’unica cosa che condividiamo. In effetti ci era chiarissima la volontà del suo partito di intervenire sull’articolo 27 della nostra Costituzione. Anzi, credo che valga la pena di pubblicarlo integralmente convinto di far cosa gradita anche a lei, visto che rappresenta uno dei passaggi più alti della nostra Carta: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Lei sostiene, gentile onorevole, che sia indispensabile metter mano all’articolo 27 della Costituzione perché, cito testualmente, “è necessario arginare le continue erosioni di una delle funzioni della pena: quella preventiva e di difesa sociale”. Mi pare però che la sua richiesta avrebbe come “effetto paradosso” quello di erodere un precetto costituzionale già pesantemente intaccato e indebolito da alcune disposizioni previste ( solo) dal nostro ordinamento penale e giudiziario. Parlo del 41 bis, naturalmente, di un articolo che fa carta straccia della raccomandazione, per così dire, di evitare “pene contrarie al senso di umanità”.

Lei sa bene quanto me, gentile onorevole, che il 41 bis è una vera e propria tortura legalizzata, una sorta di Guantanamo che si cela negli angoli più bui delle nostre carceri. Oppure vogliamo parlare del reato di concorso esterno in associazione mafiosa? Una sorta di Frankenstein giuridico creato per aggirare garanzie e diritti costituzionali e consentire di spedire in carcere mafiosi solo presunti. La verità, caro onorevole, è che siamo ancora pienamente immersi nella cultura delle legislazione d’emergenza. Abbiamo ereditato – e fatichiamo a liberarcene- legge emergenziali dalla stagione del terrorismo prima e da quella dello stragismo mafioso poi. Ma il terrorismo è vinto, è battuto; e le stragi mafiose, sono solo un terribile ricordo. Di più, con lo storico della mafia Salvatore Lupo e il giurista Giovanni Fiandaca possiamo dire che “La mafia non ha vinto” (Laterza editore).

Eppure, come avvinti da una sindrome di Stoccolma collettiva, non riusciamo a liberarci da un’emergenza finita da anni. E come se continuassimo a pretendere il green pass obbligatorio – tema assai caro al suo partito – anche a 10 anni dalla fine di questa epidemia da Covid. Caro onorevole, le giro la domanda: quanto siamo disposti a rinunciare al nostro Stato di diritto, al nostro sistema di garanzie e ai nostri valori pur di veder “marcire in carcere un condannato per mafia”? La nostra risposta la trova nell’articolo 27 della Costituzione…

Davide Varì (direttore del “Dubbio”)

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