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Il mito della politica a costo zero è una bufala. Ora lo sa anche Renzi

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Il M5S non è stato l’unico responsabile del ciclone che ha distrutto i partiti. La rottamazione non era diversa dal vaffa...
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Cosa sia stata davvero Open, la fondazione di Matteo Renzi, saranno i magistrati a dirlo ( si spera in un’aula di Tribunale e non a reti unificate). Ma al netto di qualsiasi eventuale illecito la vicenda racconta molto del cortocircuito che l’ubriacatura populista ha prodotto nel Paese almeno negli ultimi dieci anni. E ad andare in tilt è stato il sistema politico nel suo complesso: delegittimato, ingiuriato e impoverito grazie alla cancellazione dei contributi pubblici. I grillini e le loro diramazioni – nel mondo dell’editoria come in quello delle Procure – non sono però gli unici artefici del disastro. A spartirsi il peso della responsabilità è buona parte delle forze parlamentari che a quel messaggio demolitore non ha saputo contrapporre alcuna argomentazione politica per paura di finire spazzata via. Le colpe del Pd, in particolare, non si riducono alla legge con cui nel 2013 il governo Letta cancella il sostegno pubblico ai partiti, vanno rintracciate in quella spinta “rottamatrice” – volta a radere al suolo le vecchie liturgie di un sistema considerato farraginoso e novecentesco – introdotta dal renzismo. I vaffa di Beppe Grillo alla politica tout court “intrallazzona” e “sprecona” non erano troppo diversi dalla rottamazione del Pd cavalcata da Renzi.

Certo, il clima antipolitico nel paese era fertile già da qualche anno: nel 2007 viene pubblicato La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, un successo editoriale colossale ( quasi un milione e mezzo di copie vendute in nove mesi) che si trasformerà nella bibbia degli indignados all’italiana; e nel 2009 nasce il Fatto quotidiano, giornale di riferimento per improvvisati moralizzatori e fustigatori dello spreco, che sotto la testata reca in bella vista la dicitura: «Non riceve alcun finanziamento pubblico». Ricevere denaro dallo Stato, foss’anche per garantire il pluralismo dei punti di vista dalla competizione impari con colossi editoriali, diventa roba da ladri, un marchio d’infamia. Ed è in questo contesto che i populismi – di Grillo come di Renzi – riempiono piazze e urne. Tutti a brandire forbici.

«Ho incontrato stamani i responsabili delle case popolari. Se i partiti rinunciano al finanziamento pubblico sistemiamo subito 10.000 famiglie», scrive su Twitter, nel 2013, l’allora sindaco di Firenze che da lì a poco avrebbe scalato il Pd. Frasi che avrebbe potuto pronunciare anche Alesandro Di Battista. O ancora: «Che io abbia proposto l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non è una notizia: è una proposta che abbiamo lanciato dalle primarie e dalla Leopolda. Non so se abolire il finanziamento serva a far pace con Grillo, sicuramente serve a far pace con gli italiani che hanno votato un referendum e che anche alle elezioni ci hanno dato un segnale», insiste Renzi negli stessi giorni.

I partiti si trasformano così nel “cadavere” da ostentare al popolo imbufalito. Perché la politica, è il mantra di quegli anni, si può fare a costo zero: bastano al massimo i contributi volontari di iscritti e simpatizzanti. Del resto, al ministero dell’Economia il comico genovese diventato leader avrebbe promosso tranquillamente una brava «massaia» capace di tenere in ordine i conti domestici. E pazienza se a fare le spese di quella furia sono decine di dipendenti ( funzionari, amministrativi, addetti alle segreterie) finiti in cassa integrazione dall’oggi al domani e la qualità della visione, tutta consegnata all’appeal volatile del capo di turno. La rivoluzione della domenica pretende le sue vittime.

Ma la politica ha un costo e non saranno di certo gli spiccioli del due per mille dei cittadini ( l’unica forma di finanziamento “pubblico” consentita) a far funzionare la macchina. In assenza di fondi statali servono dieci, cento, mille Open a raccattare denaro per far andare avanti la baracca. Con tutti i rischi che ciò comporta, legati soprattutto alla condizionabilità dei partiti e dei loro segretari, al netto di eventuali reati. Ma ora che persino l’integerrimo Nicola Morra chiede alla presidente del Senato la restituzione dell’indennità di carica da presidente della commissione parlamentare Antimafia, a cui aveva rinunciato in nome del francescanesimo anti parassitario, forse qualcosa è davvero cambiato, forse il sistema ha toccato talmente tanto il fondo da sperare in una risalita. Perché forse i partiti così inutili non sono e farli stare in piedi è interesse di tutti.

 

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