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Referendum giustizia, la Lega esulta ma non consegna la firme in Cassazione

Il Carroccio dice: raccolti 4 milioni di autografi. Ma l’ok arriva grazie ai Consigli regionali
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È giallo sulle firme raccolte per il referendum “giustizia giusta” dal Partito Radicale e dalla Lega. Quest’ultima ieri sera, a poche ore dal deposito di oggi delle sottoscrizioni, preannunciato da Salvini il 26 ottobre scorso, ha diffuso la seguente nota: «Via libera ai sei referendum sulla Giustizia, promossi da Lega e Partito Radicale. L’ha stabilito la Corte Suprema di Cassazione, accogliendo la richiesta dei consigli regionali di Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Veneto. La decisione di piazza Cavour anticipa – e di fatto rende ininfluente – il deposito delle firme certificate: tra le 700mila e le 775mila a seconda del quesito, oltre a 18mila adesioni elettroniche.
Il totale provvisorio è di 4.275.000 autografi, ma questa mattina (ieri, ndr) nella sede milanese della Lega in via Bellerio ne sono arrivate altre 80mila. Il partito di Matteo Salvini ha preparato le sottoscrizioni certificate dopo mesi di accurati controlli che hanno visto la mobilitazione di decine di parlamentari, consiglieri regionali e decine di militanti da Ferragosto a oggi con il coordinamento di Roberto Calderoli». E poi, dopo altri due lunghi paragrafi di comunicato stampa, in chiusura, ultimissimo rigo, dicono: «Dopo il via libera della Cassazione, non è più necessario il deposito delle firme previsto per domani (oggi, ndr)». Tale decisione avrà spiazzato anche i radicali, riuniti da ieri a domani a Congresso a Roma, tutti convinti di andare in Cassazione oggi a depositare le 25 mila raccolte solo dal Partito Radicale, come annunciato dal segretario Maurizio Turco.
Comunque una cosa è dire che, siccome oltre cinque Consigli regionali (limite previsto dall’articolo 75 della Costituzione) hanno già deliberato di voler indire i referendum, è quindi «ininfluente» il vaglio della Cassazione al fine di passare a quello successivo della Corte Costituzionale, che comunque ci sarà entro il 20 gennaio 2021. Altra cosa è non portare le firme in Cassazione: la scelta di non depositarle sorprende. In pratica dobbiamo fidarci della Lega e credere ai numeri che ci hanno fornito. Loro nella nota aggiungono: «I moduli con le firme sono stati distribuiti in ben 368 scatoloni che hanno riempito tre furgoni. Ci sono anche sei hard disk che contengono le firme digitali e i certificati elettorali». Ma questi furgoni restano parcheggiati perché intanto in Cassazione non arrivano. Ci siamo chiesti se questa scelta sia stata dettata da un profilo tecnico: ossia abbiamo ipotizzato che, essendo sufficienti i cinque consigli regionali, pur se depositate in Cassazione le firme non sarebbero state vagliate.
Ma dalla stessa Lega ci hanno risposto che invece sarebbe accaduto ma «con spese e tempo in più». Al netto della buona fede verso la Lega, risulta alquanto incomprensibile che Salvini rinunci politicamente a far proclamare il proprio successo dalla Cassazione. Quella stessa Cassazione che avrebbe invece controllato, ad esempio, la correttezza delle firme, il lavoro degli autenticatori, eventuali doppie firme. Dopo tutto lo sforzo profuso durante l’estate a fare banchetti e a spiegare ai cittadini i quesiti, perché non consegnare? Nelle chat dei gruppi di militanti radicali che si sono impegnati al massimo nella raccolta già da ieri sera è cresciuto il malumore. Il concetto più ripetuto è che questa scelta mortifica l’impegno di chi ha raccolto ma anche dei cittadini che hanno firmato. E scrivono, tra l’altro: « è chiaro che il mancato deposito costituirà un ulteriore motivo di disaffezione rispetto alla politica, poiché colpisce tutti coloro che con passione e dedizione si sono adoperati per la riuscita dell’iniziativa. E vedono che la loro fatica è stata inutile». E poi un’altra cosa non capiamo: si parla di oltre 4 milioni di firme – di certo un buonissimo risultato – ma non si specifica quanti autografi siano stati presi per ciascuno dei sei quesiti. Anche questo sarebbe un dato importante da conoscere per capire qual è il tema (tra i sei) più sentito. Alla fine questo risultato non corrisponde a quello desiderato da Salvini. Nella conferenza stampa di lancio dell’iniziativa referendaria, tenutasi alla sede del Partito Radicale, lo scorso primo giugno, il leader leghista disse: «a me piacciono le sfide, e quindi io son convinto che il meglio della tradizione popolare radicale e leghista arriverà a questo obiettivo. L’obiettivo non sono 500 mila firme ma è almeno un milione di firme che per sei quesiti fanno sei milioni di firme».
E aggiunse, rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva l’investimento umano della Lega per la raccolta delle firme: «la Lega conta ad oggi 800 sindaci e circa 5 mila amministratori comunali in tutta Italia. Quindi saranno tutti mobilitati». Cosa non ha funzionato allora? I quesiti erano troppo complicati per i cittadini e/o la macchina leghista sul territorio non ha lavorato abbastanza? Sappiamo che diversi amministratori locali della Lega non hanno organizzato banchetti o al massimo ne hanno fatto uno, giusto per farsi scattare la foto e metterla sui social. Ma quello che abbiamo capito in questi mesi è che sui territori non tutti erano d’accordo con l’iniziativa referendaria e che molti non si sono impegnati abbastanza in contrasto con la linea di Salvini, che ormai deve registrare un malcontento sempre più diffuso tra i suoi.

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