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Giuliano Cazzola: «La piattaforma dei sindacati? Assurda e antistorica»

Giuliano Cazzola
Giuliano Cazzola parla di pensioni e Quirinale. "Nel primo caso è stato trovato un compromesso e si andrà avanti così fino all'elezione del presidente della Repubblica".
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Secondo Giuliano Cazzola sul tema pensioni i sindacati «si sono messi fuori gioco da soli con una piattaforma assurda e antistorica» mentre il reddito di cittadinanza andrebbe rimesso a punto «come strumento per contrastare la povertà senza commistioni con le politiche attive».

Professor Cazzola, negli scorsi giorni si è assistito a un braccio di ferro sulle pensioni tra Draghi e i sindacati, ora la soluzione sembra essere quota 102 per un anno poi si vedrà. Cosa ne pensa?

È una soluzione di compromesso all’interno della maggioranza. Si va avanti così fino alla conclusione della legislatura o fino a nuove elezioni anticipate dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Ognuno può cantare di aver ottenuto una mezza vittoria. Draghi per aver confermato che quota 100 alla scadenza non sarebbe stata rinnovata e nello stesso tempo di aver innalzato di due anni il requisito anagrafico. Del resto, rebus sic stantibus, il passo successivo senza modifiche sarebbe quello che conduce alla fine dello scalone.

Poi ha “riabilitato’’ la riforma Fornero, indicandola come la “normalità’’, come se la riforma delle pensioni fosse già stata fatta e fosse quella. Salvini può dire di aver impedito, almeno per un anno, che cessata quota 100, si andasse in pensione già dal primo gennaio prossimo a 67 anni, per chi non avesse i requisiti per il trattamento anticipato ordinario a prescindere dall’età ( 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne, una misura che i cui requisiti restano congelati fino a tutto il 2026). Quanto ai sindacati si sono messi fuori gioco da soli con una piattaforma assurda e antistorica.

Nessuno sembra voler tornare alla Fornero, ma al tempo stesso nessuno, tranne la Lega, vuole prorogare Quota 100. Come se ne esce?

Del resto, cosa vuole, anche se si fosse andati oltre il 2022, tutto sarebbe stato scritto sull’acqua delle prossime elezioni. Chiariamo però un punto. La riforma del 2011 non è mai stata né abrogata né superata; ha subito nel 2019 due deroghe, disastrose, ma temporanee e sperimentali. Anche allora la Lega si accontentò di introdurre delle norme di cui era prevista la scadenza, con l’intenzione di introdurre dopo e in modo strutturale la via maestra dei 41 anni di anzianità. Un obiettivo che, anche adesso, le confederazioni condividono con il leader della Lega.

Alcuni, come Calenda, l’hanno messa sul piano dello scontro generazionale tra giovani e vecchi. Pensa anche lei che per troppo tempo si è pensato alle pensioni “presenti” e non alle generazioni future?

Certamente. In primo luogo perché si impiegano di solito ingenti risorse per le pensioni ( magari anche a favore di gruppi di lavoratori tutto sommato modesti quanto ai numeri) mentre si investe poco per creare occupazione. Ma soprattutto, si mette a carico delle nuove generazioni oneri insostenibili e ingiusti. Lei mi insegna che il sistema pensionistico si finanzia a ripartizione ovvero sono i contribuenti di oggi che pagano le pensioni vigenti; le pensioni dei prossimi anni saranno pagate dai lavoratori di domani. Stia attento, se – come vogliono i sindacati – oggi fosse consentito ad andare in quiescenza a partire da 62 anni con un’attesa di vita di venti e più anni, questi oneri ricadrebbero sugli occupati di domani che tutti descrivono come dei precari che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.

I sindacati si fanno belli con la proposta di una pensione di garanzia per i giovani. Sono talmente confusi che non si rendono conto di ciò che dicono ovvero “cari giovani vi lasciamo in eredità i genitori e i nonni a cui dovrete assicurare per vent’anni una pensione di un livello per voi impensabile. Ma state tranquilli che uno straccio di pensione l’avrete anche voi. Noi sindacati non siamo in grado di darvi un lavoro, ma non vi mancherà una pensione”.

Un giudizio un po’ troppo severo nei confronti dei sindacati, non crede?

Beh, consideri poi la questione demografica che combina insieme, con effetti devastanti, l’invecchiamento in crescita costante con la natalità ormai divenuta un lusso. Non le dice niente il fatto che quelli che vanno in pensione oggi appartengono a generazioni con 1000 nati ogni anno, mentre le nascite di oggi non arrivano a 400mila? Tra vent’anni quando questi ultimi entreranno nel mercato del lavoro, i primi saranno ancora a godersi la pensione.

Un altro aspetto della discussione è che, diversamente dal passato, questa volta i sindacati non possono contare su alcuna sponda in Parlamento. Crede che alla fine saranno loro a cedere per primi?

Daranno dei segnali di vita in qualche modo. Li vedo molto in difficoltà. Draghi ha fatto bene a piantarli in asso con il ministro Brunetta. Ma lo lasci dire a me che ho conosciuto dirigenti di ben altro livello: questi non ci arrivano. Le sembra possibile che organizzazioni sindacali gloriose si siano messe in trappola da sole con la storia del green pass e che l’unica preoccupazione che hanno sia quella di mandare in pensione il prima possibile i baby boomers?

L’Italia è uno dei paesi che spende maggiormente per le pensioni. Crede che dal punto di vista della politica economica serva un cambio di paradigma rispetto al passato, anche sfruttando i soldi del Next generation Ue?

Quale dovrebbe essere il nuovo paradigma sta scritto nel Pnrr. Certo sarebbero utili interventi che rispondano alle esigenze del mercato del lavoro di oggi. Si pensi all’ennesimo piano per gli asili nido, di cui si parla da decenni ma che è divenuto una mission del Pnrr. Si tratta di una questione centrale per l’occupazione femminile.

Poi occorre rimettere a punto il Reddito di cittadinanza come strumento per contrastare la povertà senza commistioni con le politiche attive. Infine anche se si vive più a lungo non vi è la garanzia che si viva meglio sul piano delle condizioni di salute. Noi siamo così furbi che pretendiamo di andare in pensione il prima possibile quando ancora potremmo lavorare, magari accontentandoci di una pensione più bassa. Risultato? Quando arriviamo oltre 80 anni ci ritroviamo ad essere degli indigenti.

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