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“Tutto è corruzione”: il fantasma che può soffocare il Recovery

Recovery
Basta un dirigente indagato per escludere un’azienda da una gara: è uno dei vizi di sistema indicati dal costituzionalista Caravita. Serve una svolta
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Trent’anni da Mani pulite. Tanti. Ma sembra che ancora non bastino a consentire un cambio di scena. O meglio: solo da alcuni mesi, dall’insediamento di Mario Draghi e di una guardasigilli come Marta Cartabia, si percepiscono segnali di un nuovo corso sulla politica della giustizia. Ma l’incognita ancora da risolvere è legata al Recovery plan, ormai noto come Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè il target per il quale l’ex governatore della Bce è a Palazzo Chigi: la riscoperta delle garanzie intravista nel ddl penale, e in provvedimenti come il decreto sulla presunzione d’innocenza, è sufficiente ad accompagnare la nuova stagione di rilancio degli investimenti? Detta in altre parole: la svolta intravista sulla giustizia penale e la rottura con gli eccessi giustizialisti sono abbastanza profonde da consentire alcuni ulteriori aggiustamenti normativi necessari per agevolare il rilancio?

È l’interrogativo posto da una delle analisi più interessanti comparse negli ultimi mesi sul pregiudizio che potrebbe arrecare, agli investimenti prossimi venturi, la cultura del sospetto radicata nel Paese: si tratta dell’articolo firmato due giorni fa sul Sole-24 Ore dal costituzionalista Beniamino Caravita di Toritto, e intitolato “Corruzione percepita e presunzione di colpevolezza”.

Il Recovery e il Codice degli appalti

Il professore parte da un norma simbolo: l’articolo 80 comma 5 lettera c) del Codice degli appalti. Stabilisce che un’amministrazione pubblica, quando apre un bando per affidare un’opera o una fornitura di servizi, può escludere un’impresa anche in virtù di «fatti nemmeno accertati con una sentenza di primo grado». Nella giurisprudenza, ricorda Caravita, la disposizione si è tradotta finora in un pregiudizio insuperabile per le aziende i cui vertici siano stati anche solo rinviati a giudizio o colpiti da misure cautelari. Non è necessaria una condanna, bastano «gravi indizi» anche non ancora sottoposti all’accertamento processuale.

È un quadro allarmante, soprattutto per gli investimenti pubblici previsti dal Piano nazionale di ripresa. La distorsione degli imprenditori penalizzati per semplici sospetti mai provati in giudizio è analoga a quanto avviene con le misure di prevenzione antimafia. Sia riguardo ai sequestri dei beni e degli stessi asset produttivi, sia per le cosiddette white list, fuori dalle quali non si può partecipare alle gare. Se ne occupa, per ora con modesti passi avanti nell’iter una proposta di legge presentata da Forza Italia alla Camera.

Cosa può fare la maggioranza parlamentare

Non a caso proprio la «applicazione costante di una logica emergenziale», come la definisce Caravita, è il filo che unisce i parossismi dell’anticorruzione e quelli dell’antimafia: gli strappi ai princìpi del giusto processo e della presunzione d’innocenza, nel nostro Paese, hanno la loro origine nella lotta al terrorismo ma il loro culmine dopo la svolta stragista di Cosa nostra, e continuano a riverberarsi anche nelle leggi anticorruzione, a prescindere dal fatto che l’attacco della mafia alle istituzioni sia stato disinnescato da un quarto di secolo.

Il punto è se l’attuale maggioranza è in grado di cambiare in tempi brevissimi prospettiva. Di affrancarsi dalla morsa emergenziale scattata con le stragi del ’92 e, soprattutto, dalla deriva che, con Mani pulite, ha visto la magistratura conquistare il primato nel gioco democratico. Si capirà nel giro di pochissimo tempo, settimane e non mesi, da alcuni segnali. Dalla capacità dei partiti di riportare, per esempio, le norme sulle misure di prevenzione antimafia nel perimetro costituzionale.

I segnali incoraggianti

Oggi un imprenditore assolto in via definitiva nel processo penale può restare assoggettato al sequestro dell’azienda in virtù di un “processo di prevenzione” basato sugli stessi indizi dichiarati inconsistenti nel giudizio principale. Si capirà se si vuole voltare pagina, rispetto al peso della giustizia nell’economia, anche dal destino di leggi come quelle che puntano a restringere ulteriormente l’abuso d’ufficio.

Un segnale incoraggiante è che una delle tre proposte di riformare l’articolo 323 del codice penale provenga da un senatore del Movimento 5 Stelle, Vincenzo Santangelo. La forza politica più irriducibilmente adesiva alla logica dei sospetti, al paradosso della “corruzione percepita” che prevale sui fenomeni reali, ha compreso che così non si può andare avanti.

Ma a trent’anni dal trauma di Mani pulite non basta. Serve ancora più coraggio e consapevolezza, nei partiti, per riconquistare il primato sottratto dalla magistratura. Il tempo stringe. Il Recovery va attuato ora. Basterà la fretta che ci impone Bruxelles? O continueremo a credere alla favola della “corruzione percepita”? Alla barzelletta dei dati sul malaffare che le organizzazioni internazionali costruiscono in base alle risposte date dai cittadini nei sondaggi, in una spirale che si autoalimenta da trent’anni? C’è pochissimo tempo per uscire dal loop. Ed evitare di perdere un treno che non ripasserà.

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