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Stragi di mafia, ecco perché Berlusconi e Dell’Utri non potevano essere i mandanti

Berlusconi
La procura di Firenze cerca conferme alle dichiarazioni di Giuseppe Graviano, preso in considerazione solo quando accusa il fondatore di Forza Italia. È la quarta inchiesta, altre tre non hanno portato a nulla
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È di questi giorni la notizia sulle perquisizioni avvenute a Roma, Palermo e Rovigo per trovare riscontri alle dichiarazioni rilasciate dal boss Giuseppe Graviano su Silvio Berlusconi. Non se ne conosce il contenuto, perché secretate. Tali azioni riguardano l’inchiesta condotta dalla procura di Firenze che vedrebbe come mandanti delle stragi continentali del 1993, Berlusconi e l’ex senatore Marcello Dell’Utri.

In realtà non è la prima inchiesta. Con questa, infatti, siamo al quarto tentativo. Nel ’98, la stessa procura fiorentina l’ha archiviata per mancanza di prove. Berlusconi e Dell’Utri venivano nominati “Autore uno” e “Autore due”. Dopo quattro anni è stata la volta della procura di Caltanissetta. A indagare i pm Luca Tescaroli e Nino Di Matteo. In quel caso gli indagati venivano chiamati “Alfa” e “Beta”, ma anche questa volta un nulla di fatto: archiviata.

Finisce qui? No. Ci riprova la procura di Firenze, questa volta nel 2008. Ovviamente conclusa con un nulla di fatto. Arriviamo nel 2017, siamo nuovamente a Firenze e sarà sempre il pm Tescaroli a riaprila come conseguenza delle intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, effettuate nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia. Teorema giudiziario da poco smantellato dalla sentenza della Corte d’appello di Palermo.

Siamo quindi al quarto tentativo di cercare elementi certi per portare a processo Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi mafiose del ‘93, che colpirono Firenze (in via dei Georgofili), Roma (chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e Milano (via Palestro). Per ora, almeno dalle dichiarazioni pubbliche di Graviano, l’unico indizio è che Berlusconi avrebbe ricevuto un investimento da parte di suo nonno, un benestante commerciante di frutta e verdura. Punto. Se dovessero ricevere riscontri, bisognerebbe anche capire quale sia il legame con le stragi. Non solo. Sarà difficile trovare anche un eventuale reato. Ad esempio non risulta che il nonno di Giuseppe Graviano fosse di Cosa nostra.

Nessuna riapertura di inchiesta sulle bombe e sul monopolio degli appalti di Riina

Sicuramente appare singolare che si vada a cercare un eventuale investimento, quando in quel periodo la mafia entrava in società con aziende decisamente più grandi e potenti di quelle che possedeva all’epoca Silvio Berlusconi. Aziende che poi saranno coinvolte anche nell’ambito di Tangentopoli, quindi finanziamenti ai partiti con soldi in odor di mafia.

D’altronde, come ha dichiarato più volte l’ex pm Antonio Di Pietro, non si era riusciti a fare una indagine a 360 gradi, integrando “Mani pulite” con la vecchia, ma potente indagine cristallizzata nel dossier mafia-appalti voluta da Giovanni Falcone e seguita, informalmente visto che non aveva ancora ottenuto la delega, da Paolo Borsellino. Significativo il fatto che una delle bombe mafiose colpirono proprio Milano, dove all’epoca era operativo il pool di Mani pulite. Una vicenda, in realtà sondata dalla procura di Caltanissetta negli anni 2000, ma archiviata. L’unica che però non è stata più riaperta, a differenza di quella su Dell’Utri e Berlusconi. Eppure, durante questi anni, sono usciti diversi interessanti verbali, testimonianze. Ma nulla, a quanto pare completamente snobbati.

Giuseppe Graviano viene preso in considerazione solo se parla di Berlusconi

Ritorniamo a Berlusconi. Che Giuseppe Graviano voglia uscire dal 41 bis, è scontato. Basterebbe leggere le sue intercettazioni per comprendere la sua speranza di uscita da un inferno che purtroppo è il carcere duro. Forse ha capito che per avere una piccola, labile, possibilità di uscire, deve fare il nome di Berlusconi. Qualsiasi altra cosa dica, non viene creduto. Ad esempio, nel memoriale ha scritto che l’agenda rossa di Borsellino l’ha presa qualche magistrato. Ed ecco che viene subito bollato come depistaggio.

Ha anche scritto che la vicenda di Aiello, conosciuto come “faccia da mostro”, è una sciocchezza. Anche in questo caso, come ha recentemente detto il magistrato Roberto Scarpinato innanzi alla commissione antimafia siciliana, lui avrebbe scritto questo memoriale sotto dettatura dei servizi segreti. Non c’è scampo. Graviano viene preso in considerazione solamente se fa il nome che vogliono sentirsi dire. Ma è possibile che Dell’Utri e Berlusconi abbiano ordinato a Cosa nostra di compiere le stragi?

Pensare che i boss corleonesi prendessero ordini da persone completamente estranee, vuol dire che Falcone non ci ha capito nulla di mafia. Ovviamente, non può essere. Parliamo di un giudice che aveva una mente talmente geniale, che lo stesso Riina l’ha annichilito per farlo soprattutto smettere di pensare. Per capire che si tratta di un’ipotesi che rasenta il fallimento logico, basterebbe attenersi ai fatti. Nel biennio delle stragi del ’92 e ’93, ancora non era nata Forza Italia. Berlusconi non poteva, come ha detto anche Riina nelle intercettazioni, essere avvicinato visto che non aveva nessun potere politico. “Era solo una palazzinaro!”, ha detto Riina in 41bis. L’unico contatto era il pagamento del cosiddetto “pizzo”. Lo stesso Riina parla della minaccia di attentati alla ex Standa e i ripetitori in Sicilia.

Ecco perché Berlusconi e Dell’Utri non potevano dare ordini alla mafia

Non solo. Durante il processo Borsellino Ter, sia Giovanni Brusca che Angelo Siino, Tullio Cannella e Malavagna hanno parlato di un consistente sostegno di voti fornito da Cosa nostra al partito di Forza Italia creato da Berlusconi in occasione delle elezioni politiche del 1994. Sostegno offerto nella prospettiva di ottenere consistenti modifiche anche legislative nel senso auspicato dall’organizzazione mafiosa (cosa mai realizzata, tra l’altro), ma nessuno di loro ha fatto riferimento a contatti tra quell’organizzazione e Berlusconi già nel 1992 nell’ambito della ricerca di nuovi referenti politici e tanto meno, quindi, ha accennato auna loro trattativa.

Anzi, le dichiarazioni rese dai predetti pentiti e soprattutto da Brusca, Siino e Cannella sono state assai puntuali nel far riferimento al tentativo di Cosa nostra nel corso del 1993 di promuovere la nascita in Sicilia di un movimento politico indipendentista, una sorta di Lega del Sud, che si affiancasse a quella del Nord nel richiedere la creazione di una federazione di Stati che sostituissero quello unitario. Solo agli inizi del 1994, invece, tale progetto sarebbe stato accantonato per sostenere la nuova formazione politica promossa da Berlusconi. Ma sappiamo pure come è andata. La stessa Forza Italia si è poi separata dalla coalizione con la Lega Nord, da quel movimento, cioè, il cui collante – stando alle emergenze sulle leghe meridionali – avrebbe dovuto essere proprio il collegamento con Cosa nostra. Sappiamo che il governo presieduto da Berlusconi, cadrà dopo pochi mesi.

Il fallimento logico del teorema che vede Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi è evidente. Sarebbe interessante, invece, che ci sia una indagine unitaria tra le procure competenti sulle stragi, prendendo in esame l’ipotesi che dietro le stragi del 1992- 93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire una inchiesta coordinata tra le procure siciliane, lombarde e toscane (ricordiamo le indagini di Augusto Lama sulle cave di Massa Carrara, poi inviate per competenza a Palermo e archiviate nel 92) sul monopolio degli appalti. Di fatto, non c’è mai stato un coordinamento come avrebbe voluto Falcone. Lui stesso, in un convegno lo aveva detto chiaro e tondo. La reazione dei fratelli mafiosi Buscemi fu: «Questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare». Dopodiché, arrivarono le bombe.

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