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In galera per un volantino: idea anti- jihad del Copasir

Copasir
La proposta del Copasir: è reato il semplice possesso di materiale fondamentalista, anche se non lo si diffonde. «Come per chi ha foto pedopornografiche»
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E’ la minaccia terroristica del nostro secolo, d’accordo. Seppur d’intensità calante. Certo è che la proposta avanzata due giorni fa dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, è destinata a far discutere: assimilare i simpatizzanti, o anche i presunti tali, della jihad ai pedopornografia, e punire, dunque, chi semplicemente detenga materiale propagandistico di matrice fondamentalista. Volantini, libercoli, o forse anche file conservati nel pc, potrebbero costare il carcere anche se sulla persona che ne venisse trovata in possesso non ci fossero prove di avere a propria volta diffuso il verbo del terrore.

A parlarne è il documento depositato martedì scorso dal Copasir: la “Relazione su una più efficace azione di contrasto al fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista”. Con il presidente Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), hanno lavorato in particolare due deputati: il piemontese Enrico Borghi, del Pd, e la giovane avvocata calabrese del Movimento 5 Stelle Federica Dieni. Due parlamentari non certo noti per posizioni estreme nel campo della giustizia penale. A maggior ragione colpisce il passaggio della relazione in cui si avanza la stretta.

Cosa propone il Copasir

Secondo il Copasir, intanto, «gli strumenti repressivi introdotti sono variegati ed efficaci», e il riferimento è in particolare all’ultimo decreto Antiterrorismo, il numero 7 del 2015. Seppure si tratti di un passo avanti, per i parlamentari del Comitato è necessario un «adeguato affinamento» di quelle norme. In particolare, «in relazione al materiale di propaganda o di tipo manualistico, il Copasir condivide alcune osservazioni emerse durante le audizioni», a cominciare appunto dal fatto che «la sola detenzione di tale materiale non è sufficiente a far scattare nessuna sanzione, richiedendosi invece la sua diffusione». E’ perciò auspicabile che «si introduca, ad esempio, tale fattispecie di reato sul modello dell’articolo 600- quater del Codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico».

La norma in questione punisce col carcere fino a 3 anni chi “consapevolmente si procura o detiene materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni 18”. Pena che può arrivare a 5 anni quando il materiale posseduto è “ingente”. Al di là dei limiti edittali, che il legislatore modula ormai con sempre maggiore ampiezza, sarebbe in ogni caso impegnativo paragonare la responsabilità di chi si porta a casa un volantino jihadista con quella di chi cerca e trova del materiale pornografico la cui produzione implichi lo sfruttamento di un minore.

Intervenire con tempestività

Il Copasir spiega così la proposta: «Da una parte, appare evidente che le modalità di approccio alla deradicalizzazione sono fortemente diversificate, dall’altra, è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Così, «l’anticipazione della soglia di punibilità allo scopo di perseguire le condotte preparatorie ai reati di terrorismo internazionale si inquadra all’interno di un contrasto di carattere proattivo, in modo da erigere una barriera di sicurezza idonea a proteggere l’interesse alla tutela dei cittadini e delle istituzioni».

È una linea molto dura. Potrebbe trovare spazio nel veicolo normativo più avanzato, in materia, oggi all’esame del Parlamento: la proposta di legge su “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista” all’esame della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Sarebbe un passo verso quel «panpenalismo» che pure la guardasigilli Marta Cartabia ha chiesto di superare in un intervento della scorsa settimana. Ma che è tuttora considerato, in Parlamento, un “rimedio necessario”.

 

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