Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Assange, ultimo atto: anche Joe Biden chiede la sua testa

Al via il processo che stabilirà sull'estradizione negli Stati Uniti del fondatore di Wikileaks. Oltreoceano lo aspettano 18 capi di imputazione
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Al via oggi, con la presentazione delle parti, l’ennesimo atto della vicenda processuale che riguarda Julian Assange, il fondatore di Wikileaks è infatti sotto l’esame della Suprema Corte d’Appello inglese che deve giudicare in merito alla richiesta di estradizione avanzata dal Dipartimento di Giustizia statunitense.

Una volontà di punire il giornalista che non è cambiata affatto con l’arrivo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden.Già nel gennaio scorso il giudice della Corte distrettuale, Vanessa Baraitser, aveva considerato troppo alto il rischio che Assange potesse suicidarsi in un carcere americano rifiutando dunque il trasferimento. La salute mentale del più controverso giornalista del mondo venne ritenuta troppo instabile. Fu una vittoria insperata anche per il collegio dei difensori che ora però devono affrontare una nuova, complicatissima, battaglia. Assange dopo il lungo esilio nel consolato ecuadoriano a Londra, è finito nel carcere di Belmarsh nel 2018. Nel caso la richiesta degli Usa venisse accolta ad aspettarlo ci sono 18 capi di imputazione per aver rivelato documentazione segreta riferita alle attività statunitensi più o meno coperte in tutto il mondo, specialmente nelle zone di guerra in Medio Oriente e Asia centrale.

Con le sue rivelazioni, secondo l’accusa, avrebbe messo in pericolo la vita di oltre 50 informatori e uomini sul campo che agivano per conto americano sotto copertura. Potrebbe essere giudicato dunque secondo l’Espionage Act che prevede pene pesantissime, e neanche il cambio di amministrazione alla Casa Bianca sembra aver mutato la volontà di portare Assange in carcere.Il processo di appello potrebbe dare luogo a scenari differenti tra loro. In primo luogo ci sarebbero le rassicurazioni degli Stati Uniti che Assange non verrebbe trattenuto in condizioni di massima sicurezza negli Usa ma potrebbe scontare il carcere nella sua nativa Australia. Una sfida difficile per il team legale di difesa che, secondo alcuni esperti come gli avvocati dello studio Peters & Peters di Londra, cercherà di smascherare queste promesse mettendo in evidenza «qualche incongruenza nelle dichiarazioni» rilasciate al giudice Baraitser, probabilmente per ammorbidirne la posizione in vista dell’appello.

In ogni caso la salute mentale di Assange resterà al centro del dibattimento, da una parte vigono le preoccupazioni della fidanzata Stella Moris la quale ha ribadito alla vigilia del processo, riflettendo la strategia difensiva, che se ci sono nuove prove mediche che suggeriscano un peggioramento delle sue condizioni, gli avvocati potrebbero sostenere che le assicurazioni degli Stati Uniti, anche se accettate alla lettera, non soddisfano le sue esigenze. Per contro i pubblici mninisteri contesteranno la perizia psichiatrica eseguita dal professor Michael Kopelman che tanto peso ha avuto sulla decisione del giudice Baraitser.

Un altro aspetto che avrà rilevanza del processo è quello relativo alla ritrattazione di alcune dichiarazioni rilasciate da un testimone dell’accusa il quale ora afferma di essersi «sbagliato» quando parlò con l’FBI.Si tratta di Sigurdur Thordarson, un ex collaboratore di Wikileaks, oggi 28enne ma giovanissimo all’epoca dei fatti, 10 anni fa, che questa estate rivelò al sito web islandese di notizie, Stundin, di aver «fabbricato» le prove di colpevolezza che vengono citate dagli Stati Uniti.Il ragazzo afferma infatti di aver ricevuto una promessa di piena immunità in cambio della collaborazione con il Federal Buerau of Investigation. La sua testimonianza dunque sarebbe stata dettata solo dalla paura che anche contro di lui potessero essere presentate delle accuse di hacking.

Ultime News

Articoli Correlati