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Sconfitta nelle urne, la Lega tratta una resa onorevole su quota 100

Salvini
Matteo Salvini dovrà dire addio a Quota 100, la riforma delle pensioni voluta dalla Lega quando governava con il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte.
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Tranne il Pd, la cui linea è per assioma essere d’accordo con Draghi ancor prima di sapere cosa Draghi dice, tutti hanno qualcosa da ridire sul documento programmatico licenziato martedì sera dal governo, quello che ripartisce per voce gli stanziamenti della prossima legge di bilancio, pari a circa 23 miliardi di euro. Tutti sperano di correggere qualcosa prima del varo della manovra propriamente detta. In parte le lamentazioni rientrano negli usi da commedia dell’arte della politica italiana, il pianto greco a fini di mercanteggiamento. Qualcuno davvero molto scontento però c’è, ed è soprattutto la Lega.

Quota 100, la legge varata dal governo gialloverde che incrinava seriamente la precedente riforma Fornero, non era solo il fiore all’occhiello di Salvini: era il solo risultato concreto che avesse portato a casa nel suo effimero passaggio al governo del Paese. Il superamento di Quota 100, cioè la scelta di non rinnovare il provvedimento al termine dei 3 anni di sperimentazione, era in realtà già stato annunciato dal governo Conte 2 ma c’è una bella differenza tra una propria legge cancellata da un governo al quale ci si oppone e la stessa legge affossata da un governo che invece si appoggia e al quale si partecipa.

È anche vero che la stessa amarissima pillola la già dovuta ingoiare il M5S con la fine della riforma Bonafede. In quel caso però Conte si è mosso in modo tale da salvare almeno la faccia se non anche la sostanza. Non è affatto detto che a Salvini, meno abile dell’ex premier in questo genere di faccende riesca lo stesso gioco. Proprio come i 5S prima dell’estate, la Lega sta trattando la resa, ma con margini di manovra esigui.

La formula trapelata, ma solo ufficiosamente, dopo la riunione del Cdm di martedì dovrebbe prevedere una fuoriuscita da Quota 100 appena ammorbidita per evitare il trauma dello “scalone”. Per un anno sarebbe in vigore Quota 102, pensione a 64 anni di età con 38 anni di contributi, poi si passerebbe a Quota 104 e l’età pensionabile salirebbe a 66 anni. Non è chiaro se dopo un anno si rientrerebbe in pieno nei criteri della Fornero, con 67 anni come età pensionabile. Ma anche qualora così non fosse, i 66 anni di Quota 104 non fanno una differenza sostanziale. Se invece ci si fermasse ai 64 anni di Quota 102, come la Lega sta cercando di ottenere, Salvini potrebbe affermare di aver evitato il ritorno all’odiata riforma del governo Monti. Sconfitta sì ma non rotta disastrosa.

L’obiettivo però non è facilmente raggiungibile, perché proprio l’intervento sulle pensioni è la misura del primo governo Conte più sgradita all’Europa e senza alcun dubbio è altrettanto poco apprezzata da Draghi. Così Salvini rischia di essere uscito dolorante dalle Amministrative solo per trovarsi, senza neppure il tempo di riprendere fiato, chiuso in una morsa, costretto a votare una legge di bilancio che fa a pezzi la sua bandiera.

A rendere più difficile il già difficilissimo momento c’è il fatto che la misura- gemella varata dal governo Conte 1 ma targata 5S, il Reddito di Cittadinanza, non sarà toccato, non nei fondi almeno. Non si tratta di una vittoria imposta dal Movimento ma di una autonoma, ed eloquente, scelta strategica. Il premier sa di non aver quasi niente da temere sul fronte politico. I partiti possono strepitare, minacciare, protestare ma alla fine si piegano sempre, e spesso sin dall’inizio.

La minaccia per Draghi viene dai rappresentati non dai rappresentanti, dal sociale non dalla politica. Il RdC è stato prezioso, anzi indispensabile, per sostenere l’urto della crisi Covid e lo sarà anche in futuro. Ma soprattutto quel che Draghi non può permettersi è che le proteste sociali turbino la ripresa, impediscano di trasformare il rimbalzo in stabile e strutturale rilancio. Per questo non solo rifinanzia in pieno il Reddito di cittadinanza ma amplia la Cig, potenzia il Naspi, punta sulla riforma degli ammortizzatori Orlando. La rete di salvataggio deve essere tanto solida da permettere il controllo pieno delle tensioni sociali latenti.

Le regole del Reddito però cambieranno, le maglie diventeranno più strette e progressivamente sempre più strette. Un ammortizzatore sì, un vero reddito di cittadinanza invece proprio no. Si spiegano così i malumori dei 5S che non sono del tutto infondati ma nemmeno davvero giustificati. Sulla graticola, stavolta, ci sta solo la Lega.

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