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«Nessun asservimento ai clan». Sorbara riabilitato dopo la gogna

Sorbara
Le motivazioni dell’assoluzione dell’ex consigliere regionale della Valle d’Aosta, che ha passato 909 giorni agli arresti: nessuna prova che fu eletto coi voti della ’ndrangheta
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«Nessun asservimento nelle funzioni pubbliche esercitate alle esigenze del clan risulta dimostrato». A dirlo è la Corte d’Appello di Torino, nelle 640 pagine che motivano la sentenza del processo “Geenna”, che a luglio scorso ha ribaltato la condanna a 10 anni inflitta in primo grado per concorso esterno a Marco Sorbara, ex assessore comunale di Aosta e consigliere regionale, assolto dopo 909 giorni di custodia cautelare.

Giorni «terribili», aveva dichiarato al Dubbio l’ex politico, resi ancora più insopportabili dal sospetto che la sua carriera politica fosse il frutto di un patto scellerato con la ‘ndrangheta, arrivata fino in Valle d’Aosta per avvelenare ogni cosa. Sorbara, 57 anni, è uscito pulito dal processo perché il fatto non sussiste, dopo aver trascorso 214 giorni, di cui 45 in isolamento, in carcere prima di vedersi concedere i domiciliari, giorni durante i quali ha anche pensato al suicidio. Un’assoluzione che, stando alle parole dei giudici d’appello, sarebbe potuta arrivare subito: «Analizzando complessivamente le risultanze probatorie afferenti alla condotta intera del Sorbara-politico», si legge nella sentenza, non è stata raggiunta «la prova dell’elemento oggettivo che identifica, per insegnamento del giudice nomofilattico, la modificazione del mondo esteriore dovuta al concorrente esterno nel delitto ex art. 416 bis cp». Insomma, nel comportamento di Sorbara non c’era nulla che potesse far concludere circa un suo possibile coinvolgimento in attività mafiose.

Il sospetto si basava in gran parte sulla sua amicizia con Antonino Raso, titolare della pizzeria “La Rotonda” di Aosta, che «pur svolgendo un ruolo fondamentale nella cementazione del gruppo, non mostra in nessuna occasione di esercitare, neppure per delega, poteri decisionali». Da qui la riqualificazione del suo ruolo a partecipe del gruppo malavitoso e non più promotore, con una pesante condanna a 10 anni di carcere. Con lui, però, Sorbara avrebbe intrattenuto soltanto un sincero rapporto di amicizia, basato anche sulle comuni origini calabresi. Rapporto confermato da entrambi, che non basta, da solo, a creare quei «presupposti logici» – assenti secondo i giudici – che testimonierebbero il «“previo” arruolamento di Marco Sorbara tra i politici stabilmente “satelliti” del sodalizio attraverso un decisivo appoggio elettorale». Tant’è che «un sereno ed attento esame del materiale captativo non consente di ritenere provato che Sorbara stesso ricevette l’investitura preelettorale dal gruppo facente capo a (Fabrizio, ndr) Di Donato», condannato in secondo grado a 9 anni di reclusione con rito ordinario e con il quale, invece, i rapporti erano inesistenti, scrivono i giudici. Un eventuale sostegno di quest’ultimo sarebbe peraltro smentito anche dal tenore complessivo delle intercettazioni relative alla campagna elettorale per le amministrative del 2015, dove «Di Donato mai fa il nome di Sorbara, e lo stesso amico Raso non fa mistero di puntare sui nomi dei non indagati/imputati Valerio Lancerotto e Fabrizio Porliod».

Per quanto riguarda la campagna elettorale del 2018, inoltre, le intercettazioni dimostrerebbero perfino «elementi favorevoli all’imputato», tant’è che il suo nome non compare nell’avviso di conclusione indagini di un altro procedimento, denominato “Egomnia”, nel quale invece compare Raso. Secondo i giudici, in ogni caso, è «provata al di là del limite del ragionevole dubbio l’esistenza di una locale valdostana», capitanata da Di Donato. Oltre a Raso, sono stati condannati a otto anni anche l’ex consigliere comunale di Aosta Nicola Prettico e l’ex dipendente del Casinò di Saint-Vincent Alessandro Giachino, entrambi accusati di associazione mafiosa, mentre l’ex assessora comunale di Saint-Pierre, Monica Carcea, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa, è stata condannata a sette anni. Un profilo, il suo, completamente diverso da quello di Sorbara, scrivono i giudici, secondo i quali pur non essendo stata eletta grazie all’aiuto della cosca, avrebbe consentito alla stessa «una significativa penetrazione istituzionale».

La vera vocazione di Sorbara, invece, pur essendo un libero professionista, era proprio l’attività politica, praticata ben prima della formazione dell’associazione a delinquere scovata dall’indagine. «Non è certo un politico spiccatamente social come oramai, per vocazione o per forza, sono o sono diventati i maggiori esponenti politici del nostro Paese – scrivono i giudici -, è invece un politico abituato a relazionarsi direttamente con la gente comune (che poi sono ‘‘giustamente” gli elettori), a fare politica, come lui stesso rivendica in una delle centinaia di intercettazioni che lo riguardano, “porta a porta”, probabilmente teso anche oltre l’obiettivo di diventare quel “campione della calabresità” a cui, davanti agli occhi attenti di Raso e dell’immancabile Petullà, mostra comunque di tenere parecchio». Una «impostazione “tradizionale”» che, secondo i giudici, lo avrebbe trasformato in quel campione di preferenze tanto invidiato dai colleghi. Ma nel suo comportamento nulla farebbe pensare ad un «contributo che si risolva in una “condizione necessaria per la conservazione o per il rafforzamento della capacità operativa” dell’associazione».

La sua attività amministrativa, anzi, è stata passata al setaccio dagli inquirenti «senza che emergessero irregolarità di sorta e men che meno foriere di poter sortire sviluppi in sede penale o di giustizia contabile». «Una sentenza che restituisce la giusta dignità e moralità a mio fratello, sia umanamente che come politico che ha da sempre creduto nelle istituzioni e lavorato con grandi sacrifici al servizio della comunità – commenta al Dubbio Sandro Sorbara, difensore dell’ex consigliere regionale -. Sono molto soddisfatto come fratello e uomo di legge. È una motivazione esemplare che, con vaglio accurato dettagliato di ogni aspetto giuridico e anche umano (questo ultimo passaggio dimostra altresì l’esatta applicazione costituzionale del ruolo del giudice), pone al centro l’assoluta correttezza e integrità del mio assistito, in ogni contesto dell’agire umano politico, contabile e amministrativo».

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