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Regeni, inizia il processo agli 007 egiziani. Che però disertano l’aula

Oggi la prima udienza a Roma per la morte del ricercatore friuliano. Nessuno degli imputati, gli agenti egiziani, si è presentato in aula. La Presidenza del consiglio italiana si è costituita parte civile
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È un processo storico per quanto difficilmente sarà vincolante nelle sue sentenze: nessuno degli imputati egiziani si è infatti presentato nell’aula bunker di Rebibbia, davanti alle Terza Corte d’Assise di Roma, dove oggi sono iniziate le udienze per l’omicidio di Giulio Regeni. In aula i genitori del ricercatore ucciso, Paola e Claudio, e la sorella Irene. Oltre alla famiglia, già parte civile nel procedimento, anche la presidenza del Consiglio dei ministri ha depositato istanza per la costituzione di parte civile. In aula però non è presente nessuno dei quattro 007 egiziani sospettati di essere coinvolti nel brutale assassinio Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tyutti agenti dell’intelligence del Cairo sono accusati di sequestro di persona, mentre Abdelal Sharif risponde anche di lesioni e concorso nell’omicidio del ricercatore friulano ucciso nel 2016 nella capitale egiziana dove si trovava per compiere delle ricerche sui sindacati locali.

«Qui non abbiamo una prova regina, una intercettazione telefonica. Ma ci sono almeno 13 elementi che dal 2016 a oggi, se messi insieme, fanno emergere che gli agenti si sono volontariamente sottratti al processo» ha detto aprendo l’udienza il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco. Gli agenti della National Security egiziana, «hanno posto in essere sistematicamente azioni per bloccare le indagini, rallentarle ed evitare che il procedimento italiano andasse avanti», spiega in aula il procuratore aggiunto romano.Per Coliocco il regime del generale al Sisi ha scientemente intralciato le indagini e a dimostrarlo ci sarebbe il fatto che uno degli imputati, il colonnello Uhsam Helmi «era nel team degli investigatori egiziani che avrebbero dovuto indagare sulla morte del ricercatore, Sarebbeentrato in quel team «per condizionare le indagini. È lui ad aver gestito le rie di perquisizioni a casa della vittima». Ma non è stato possibile ottenere documenti utili dal Cairo. Trentanove delle 64 richieste di rogatoria inviate dall’Italia in Egitto nell’ambito delle indagini , sono rimaste senza risposta.

Regeni venne rapito la sera del 25 gennaio 2016 e il suo corpo martoriato fu trovato nove giorni dopo, lungo la strada che collega Alessandria a Il Cairo. Da allora si sono susseguite bugie, depistaggi e ricostruzioni che, da parte egiziana, hanno sempre cercato di screditare la vittima: all’indomani del ritrovamento del cadavere si parlò di un incidente stradale, poi di una rapina finita male, successivamente si insinuò che il giovane fosse stato ucciso perché ritenuto una spia, poi che fosse finito in un giro di spaccio di droga, di festini gay, di malaffare che l’aveva portato a farsi dei nemici. A un mese dalla morte di Giulio alcuni testimoniarono di averlo visto litigare con un vicino che gli aveva giurato morte. Il 24 marzo del 2016 arrivò l’ennesima ricostruzione non credibile e questa volta c’erano di mezzo cinque morti: criminali comuni uccisi in una sparatoria con ufficiali della National Security egiziana, alla periferia del Cairo.

I documenti di Giulio furono trovati quello stesso giorno in casa della sorella del capo della presunta banda e si disse che i cinque erano legati alla morte del giovane. Secondo la ricostruzione della procura di Roma, il ricercatore era attenzionato da polizia e servizi segreti già settimane prima del rapimento. Le analisi sui tabulati hanno messo in luce i numerosi contatti telefonici tra gli agenti che si erano occupati di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016, e gli ufficiali dei servizi segreti coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi nel marzo 2016 a cui gli egiziani provarono ad attribuire l’omicidio. La procura di Roma è convinta che Giulio sia stato torturato e ucciso dopo esser stato segnalato come spia alla National Security dal sindacalista degli ambulanti, Mohammed Abdallah, con il quale era entrato in contatto per i suoi studi.

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