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Giletti ci ricasca: istruisce un processo (mediatico) su un caso che i pm vogliono archiviare

La denuncia dell'osservatorio sull'informazione giudiziaria dell'Unione Camere penali
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Il 10 ottobre, sempre nella trasmissione “Non è l’arena”, sempre con la regia del dottor Giletti, va in onda l’ennesima spettacolarizzazione di una triste vicenda giudiziaria ancora sottoposta al vaglio di un giudice.Il titolo che viene utilizzato è “Lo stupro di Baja Sardinia”, sono ospitate ed intervistate le presunte vittime e la madre di una di loro, con l’intermezzo di altre interviste ad altri testimoni, spezzoni di un video prodotto al fascicolo processuale, ed interventi di opinionisti.

Del resto, il conduttore dichiara espressamente che, poiché è stata avanzata dal pubblico ministero una richiesta di archiviazione ed il giudice si è riservato la decisione, “c’è un’altra verità su cui vogliamo far luce”, ovvero la verità che proviene dalle due giovani ragazze che hanno denunciato le violenze subite, senza se e senza ma. E così ci sono inviati fuori dal tribunale di Tempio Pausania che riprendono il corridoio antistante la stanza del giudice in cui stanno discutendo gli avvocati, uno dei giovani indagati descritto “con la testa china e vestito di nero”, una delle ragazze che a un certo punto esce dall’aula e fugge fuori piangente. Naturalmente non si risparmia nome e cognome del giudice chiamato a decidere questa delicata fase processuale.
Ebbene, con sapienti montaggi, inquadrature suggestive, interviste tagliate ad arte, si propina l’idea “certa” che le denuncianti siano vittime di un reato e gli accusati oramai colpevoli. Non ci soffermeremo sul merito della vicenda perché non conosciamo gli atti e rispettiamo il lavoro (duro e solitario) di chi dovrà decidere il caso e a cui va la nostra solidarietà. Così come non daremo voce al senso di imbarazzo che suscita la presentazione dei fatti “a senso unico”, in violazione di ogni minimo canone di buon senso, prima ancora che di diritto.

Non diremo del fuoco di fila sulla figura dell’avvocato, enfatizzata dal parallelismo con la tragedia del Circeo, né dello sfrontato auspicio, espresso senza mezzi termini, che il processo non venga archiviato; non diremo nemmeno – e lo diremmo con sincero rispetto – di come il dolore autentico di una madre rischi di essere strumentalizzato a favore dell’audience.

Però qualcosa abbiamo il dovere di dirla. Non ci risulta che la riforma Cartabia abbia cambiato le regole del procedimento di opposizione all’archiviazione richiesta dal Pubblico Ministero. Si fa ancora in camera di consiglio, senza il pubblico e non in tv. L’accertamento delle responsabilità penali avviene soltanto attraverso un processo, nel rispetto dei diritti di imputati e persone offese e secondo regole stabilite e valide per tutti e sempre.Anche per il dottor Giletti, il quale però non lo sa o finge di non saperlo in quanto ancora una volta sceglie di celebrare lui il processo in diretta, senza regole, senza arbitro e senza diritto di replica per gli accusati, con domande che contengono già le risposte, ma solo quelle che vuole lui. Dobbiamo dire che non si può celebrare un processo in piazza e non si possono ascoltare testimoni prima ancora che un giudice li ascolti, per convincerli che quello che avevano detto ieri era sbagliato e portarli, nell’auspicato (sic!) processo di domani a correggerne il significato.

Dobbiamo dire che non è più possibile tollerare il giustizialismo d’attacco. Tutto ciò dobbiamo dire e continueremo a farlo, così come, con fermezza, dobbiamo denunciare ancora una volta che il confine è ormai superato laddove l’intervento della stampa sulle vicende giudiziarie non si limita più alla celebrazione di processi paralleli, ma si spinge fino a sostituirli provando a storcerne maldestramente il funzionamento e influenzarne il risultato, squadernando verità supposte con disprezzo delle regole volte al loro accertamento.C

hi può e deve intervenga, noi non staremo in silenzio.

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione Camere penali

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