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Quel millenario e doloroso conflitto tra legge e morale

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Una rilettura del libro “Giustizia e Mito” ("Il Mulino") firmato nel 2019 da Marta Cartabia e Luciano Violante ma attualissimo. Vi proponiamo l’introduzione
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L’Antigone di Sofocle è un testo familiare ai giuristi: il tema che si pone al centro della tragedia è quello del conflitto tra la legge positiva vigente e i comandi derivanti da leggi non scritte, siano esse morali, naturali o religiose. Topos di ogni tempo della riflessione giuridica, esso è riemerso in tutta la sua drammaticità dopo la Seconda guerra mondiale, quando il positivismo giuridico ha mostrato il suo limite a fronte del paradossale proliferare delle leggi ingiuste (Radbruch 1946). Con Antigone, Sofocle ha forgiato l’alfabeto con il quale si sarebbe scritto, in tutte le lingue e in tutte le epoche, il conflitto tra coscienza individuale e ragion di stato (Steiner 1990, 260) o, se si vuole, tra la legge morale e la legge positiva o tra la legge ancestrale dei legami familiari e la legge della città [Zagrebelsky 2008, 65-66].Edipo Re è meno frequentato dai giuristi.

L’immaginario collettivo è dominato dall’interpretazione psicoanalitica che della tragedia di Sofocle è offerta anzitutto da Freud, fonte di numerosi dibattiti e contrastanti teorie intorno al «complesso di Edipo». Gli spunti giuridici, pur imponenti, hanno ricevuto minor eco. Il grande eroe tragico è noto ai più solo per l’assassinio del padre e la sua relazione incestuosa con la madre. Rimangono nell’ombra, invece, molte circostanze della vicenda narrata da Sofocle, il ruolo chiave di alcuni personaggi secondari, l’intervento degli dei, le responsabilità del protagonista e i suoi errori, le finalità del suo agire, la sua statura come uomo di governo, re di Tebe, il tema della vista e della cecità, l’enigma e gli oracoli; mentre nota per lo più ai soli cultori degli studi classici è la seconda parte della sua epopea, consegnataci nell’Edipo a Colono, dominata dal motivo tematico della vecchiaia, da un nostalgico pellegrinaggio meditativo in cui si allineano sulla scena tutti i personaggi più strazianti della tragedia sofoclea – Edipo, Antigone, Creonte, Ismene, Polinice – in una vicenda che alterna momenti di altissima tensione tragica a pause di struggente commozione e pacificata serenità.

Eppure, agli occhi del giurista la tragedia di Edipo offre numerosi motivi di riflessione. Vorrei qui raccoglierne alcuni, ben consapevole che confrontarsi con un testo classico significa scavare dentro una miniera inesauribile. Il primo ordine di riflessioni riguarda il tema dell’imputabilità del protagonista per il duplice delitto: l’assassinio del padre e l’incesto con la madre, con la conseguente rovina della città di Tebe, in quanto uomo di governo. Il secondo tema è quello del rapporto tra verità e giustizia, dove emerge la dinamica della conoscenza che mira a perseguire il giusto, attraverso il complesso gioco dei punti di vista, delle cecità, degli enigmi, delle reticenze e dei timori dei diversi protagonisti.

La materia della tragedia greca è il pensiero politico e giuridico proprio della città, all’epoca in pieno travaglio di elaborazione, sicché le tematiche giuridiche che essa prospetta hanno sempre un connotato problematico. Così, se l’Antigone pone il tema della complessità del diritto, l’Edipo Re introduce essenzialmente il tema dell’eccedenza intrinseca della esigenza di giustizia. Entrambe le tematiche sono accomunate dalla tensione tra imperfezione della legge ed eccessi nella sua applicazione che l’oblio dei suoi limiti intrinseci può provocare.

Il primo elemento che colpisce nella tragedia di Edipo è che il duplice, gravissimo, ripugnante delitto che egli commette non deriva da una sua malvagità, immoralità o colpa. Non c’è traccia di colpevolezza nel suo agire, perché non c’è consapevolezza della reale portata delle sue azioni. Eppure egli semina male e distruzione, non solo a livello privato, nella sua famiglia, ma contamina e trascina in rovina tutta la città di Tebe che egli stesso aveva liberato risolvendo l’enigma della Sfinge. Vero è che una macchia, nel mito dei Labdacidi, si trasmette di generazione in generazione. Anche Laio, suo padre biologico, pur essendo detto giusto nell’Edipo Re, ha commesso dei reati nel suo passato. Dopo tutto, è il padre Laio che tenta di uccidere il figlio, prima ancora che quest’ultimo commetta il parricidio. Ma nella tragedia di Sofocle non c’è traccia di questa catena di male e di colpe. Edipo non è uomo licenzioso; non è uomo corrotto, non è uomo schiavo delle sue passioni, della brama di potere; non è ritratto come governante avido di 1icchezza e di gloria.

Scritta e rappresentata nell’epoca della fioritura democratica, la tragedia di Edipo Re rappresenta il protagonista come re carismatico, amato dal suo popolo, signore della città, ardente, paterno verso i sudditi. È un uomo generoso che vuole agire per il bene comune, per il bene di Corinto, per l’amore ai suoi genitori, per il bene di Tebe, che ha governato con saggezza e senza macchia.Esegue gli ordini che egli stesso ha disposto nel suo editto con 1igore e rettitudine.

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