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Salvini lo sconfitto già batte i pugni sul tavolo e boccia la delega fiscale

Il leader leghista aveva confermato fedeltà al governo Draghi, ma la crisi di consensi gli ha fatto cambiare piani
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Finalmente si torna all’ordine. Il sollievo è palpabile nelle analisi di tutti i commentatori ma anche di molti politici. Il virus, nella sua cieca intelligenza, ha affatto giustizia di populismi vocianti e sovranismi fuori del tempo. I partiti che sulla spinta di quelle tendenze viscerali erano nati o rinati, si dissolvono o si vedono costretti a rivedere per intero quelle posizioni. Le forze che celavano dietro il loro “Né né” la furia antisistema e che per un decennio avevano confuso la scacchiera rendendola ingovernabile sono fuori gioco.

E’ il ritorno del bipolarismo, di una divisione ordinata e chiara del quadro politico grazie alla quale non potranno che prevalere le aree più responsabili, moderate, realiste, capaci di intendere la politica soprattutto come buona amministrazione senza miraggi e farneticazioni. Il Pd più di ogni altro tripudia, essendo quello il modello sul quale aveva scommesso sin dalla nascita, salvo poi trovarsi alle prese con il quadro sconvolto dall’emergere e dall’imporsi delle forze che quell’ordine squassavano. Forse il tripudio si dimostrerà giustificato. Forse invece no. Alcuni elementi, non secondari, autorizzano a dubitare. L’astensione che sale e s’impenna non è omogeneamente diffusa. Soprattutto nelle metropoli si attesta nei quartieri più disagiati e lì dilaga. Quello in fieri è un bipolarismo che taglia fuori non solo una parte sostanziale della popolazione ma anche, specificamente, quella più insoddisfatta e che aveva in larga misura già fatto, prima del Covid, la fortuna effimera delle forze “sovraniste”. E’ un elemento che mina la solidità del bipolarismo prossimo venturo e non è l’unica.

Oggi uno dei due poli in formazione festeggiava, l’altro si doleva. O almeno così avrebbe dovuto essere. Nella sola coalizione già ufficialmente esistente, la destra, invece le cose stavano ben diversamente. Una delle due forze maggiori festeggiava, l’altra era a lutto. Con una certa dose di miopia politica FdI guarda all’aumento massiccio dei propri consensi e se la gode ignorando lo stato di avanzata crisi nel quale versa la coalizione stessa. per sé. La Lega riconosce invece la mazzata ma senza il coraggio, la capacità o forse la forza di scandagliare a fondo e riconoscere l’origine del danno nella propria incapacità di essere appunto coalizione. FdI ha fretta di correre al voto politico per passare all’incasso. Gli stretti alleati leghisti frenano a tavoletta per motivi uguali e contrari. Fi sarebbe la formazione più in grado di gestire il disastrato quadro ma conta pochissimo ed è in realtà tanto divisa da somigliare a un partito ormai esistente solo sulla carta.I festeggiamenti dall’altra parte della barricata sembrano più giustificati e in parte lo sono. Letta, salvo brutte sorprese a Roma nel ballottaggio, esce trionfante. Il prezzo della vittoria e della possibilità di rimettere in pista l’adorato bipolarismo, però, è il salasso degli alleati potenziali, un loro ridimensionamento di ciclopica portata, la derubricazione a ciò che, ai tempi dei Ds e della Quercia, veniva definito con sprezzo “cespugli”.

Si sa come è andata a finire. Del resto una coalizione fondata sullo sterminio degli alleati non parte con i migliori auspici, anche perché di solito non tutti gli sterminandi gradiscono e la presa di Conte, ma ormai anche di Grillo, sul M5S è scivolosa quanto agli apparati, inesistente tra gli elettori. Il bipolarismo degli anni ’90 e 2000 era pieno di limiti gravi e contraddizioni profonde che alla fine ne hanno decretato la fine. Però era reale. Questo nuovo bipolarismo rischia di rivelarsi sin dalla culla, anzi sin dalla gestazione, posticcio. Nei vent’anni del bipolarismo italiano la politica, pur indebolita strutturalmente dal crollo della prima Repubblica, esercitava ancora una solida sovranità. Decideva. Trattando con i poteri italiani ed europei da una posizione spesso di subalternità o debolezza, certo, però era ancora in grado di decidere. Il decennio seguente ha segnato il declino di quella centralità e la progressiva perdita della centralità sino a quel momento esercitata. Il governo Draghi, di fatto un commissariamento completo, più esteso e longevo di quello che pure si era già sperimentato in parte con Monti, segna l’apoteosi dello slittamento della politica dalla centralità sovrana a una perifericità quasi ininfluente.

La politica non recupererà il suo posto per miracolo con le elezioni del 2023. Dovrà riconquistarlo, se ci riuscirà, e un bipolarismo posticcio non sarebbe lo strumento migliore per riuscirci. Dire che il vero vincitore di queste elezioni sarebbe molto azzardato. La sconfitta della Lega è un elemento di destabilizzazione e non l’opposto, perché spinge Salvini a rinforzare la componente aggressiva nel tentativo di recuperare i consensi perduti. La levata di scudi di ieri sulla delega fiscale ne è prova immediata. E’ vero però che da queste elezioni esce vincente Mario Draghi. Certamente come modello ideale e “tipico” di un potere politico che prescinde dalla politica. Forse anche come specifico leader che quel ruolo già ricopre nei fatti.

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