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Salvini e Meloni si abbracciano, ma il centrodestra è spaccato

I partiti alleati di solito arrivano alle prove elettorali ostentando unità e concordia anche quando nella realtà non ve n'è traccia. Quello che di solito non capita è che una coalizione letteralmente esploda alla vigilia del voto
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La regola è rigida ed eterna, troppo ovvia per dover essere formalmente codificata. Le coalizioni arrivano alle prove elettorali ostentando unità e concordia anche quando nella realtà non ve n’è traccia. Occultano le divisioni, negano le tensioni, organizzano la messa in scena per rassicurare l’elettorato potenziale su una compattezza a volte reale ma spesso almeno in parte mimata. Capita che un buon risultato cementi rapporti interni altrimenti sfilacciati ma capita anche, più spesso, che esiti deludenti per l’intera coalizione o per una sua componente inneschino processi di disgregazione, a volte trasformando quella che nei comizi della vigilia appariva come una solida alleanza in un classico formicaio impazzito.

Quello che di solito non capita e che mai era capitato è che una coalizione letteralmente esploda alla vigilia del voto, che il formicaio impazzisca a un soffio dall’apertura delle urne, con esiti prevedibilmente fatali sul voto e promettendo tensioni anche maggiori nel day after. Il centrodestra italiano si trova precisamente in questa inedita e inaudita situazione. I due leader principali, come in una commedia degli equivoci, mancano l’appuntamento al comizio principale dell’ultimo scorcio di campagna elettorale. Il giorno dopo provano a recuperare facendosi fotografare come promessi sposi a Roma: dove però il braccio destro del leader di uno dei due partiti invita a votare per un candidato diverso. Il terzo leader, già sovrano assoluto ma oggi quasi un comprimario, si lascia sfuggire con un direttore di giornale quel che pensa davvero, come tutti comunque già sapevano: solo l’idea di mettere il Paese in mano a uno dei suoi due principali alleati gli pare grottesca. A Milano, il candidato minaccia di ritirarsi: lo hanno lasciato a secco, senza un soldo per la campagna elettorale. I pezzi da novanta locali del terzo partito che lo sostiene nella capitale lombarda, l’unico che a livello nazionale stia all’opposizione, si fanno registrare mentre confessano che bisogna sì votare quel candidato, però turandosi il naso. Un disastro.

Questo spettacolo insieme pagliaccesco e devastante non nasce dal nulla. Certo, i leader non hanno dato prova di gran perizia tattica. Fanno tutti politica da tempo immemorabile e si muovono come principianti poco dotati. Ma il problema non è quello. La peggior campagna elettorale di sempre è conseguenza diretta dell’aver impostato sin dall’inizio la prova tenendo conto solo degli equilibri interni, come rivali molto più che non alleati, calibrando ogni scelta sulla necessità di non avvantaggiare il competitor e quindi sbagliandole tutte. In politica qualche volta i miracoli succedono. Ma ci vorrebbe un miracolo per salvare la destra da una disfatta attesa e prevista: la sconfitta in quasi tutte le piazze principali, risultati di lista tali da rinfocolare la competizione interna invece di sedarla. Il confine tra la sconfitta e la rotta passa per due risultati ancora in bilico. La vittoria di Sala al primo turno a Milano sarebbe eclatante, la sconfitta anche a Torino priverebbe la destra anche del punto della bandiera.

Il verdetto di Milano e Torino inciderà sul livello di tensione nella destra ma, salvo una oggi del tutto imprevista vittoria a Roma che rovescerebbe la situazione anche dal punto di vista psicologico, dopo le elezioni la destra tutta e la Lega specificamente dovranno affrontare una crisi profondissima che tutti i leader hanno lasciato marcire per non affrontarla coraggiosamente subito. La destra si troverà di fronte a un bivio: tornare a essere, e forse per la verità, diventare per la prima volta, una vera coalizione, derubricando la competizione interna e dotandosi di un assetto definito, oppure prendere atto della situazione e prepararsi ad affrontare le elezioni politiche divisa, con l’opzione di ricomporsi poi sulla base dei risultati. Nella prima ipotesi avrebbe senso difendere la legge elettorale in vigore, pur sapendo che è il parto di una serie di sentenze non di una scelta lucida. Nel secondo converrebbe a tutti, e alla trasparenza più che a ogni altra cosa, adottare un vero sistema proporzionale. Ma in quel caso le quotazioni di un nuovo governo Draghi dopo le elezioni, se l’attuale premier non sarà diventato nel frattempo capo dello Stato, andranno alle stelle.

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