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Il Csm licenzia Marcella Contrafatto, l’ex segretaria di Davigo

contrafatto
Prima del licenziamento, la difesa di Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo, aveva illustrato al plenum il traffico di "postini" sui verbali.
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Il Csm licenzia l’ex segretaria di Piercamillo Davigo, Marcella Contrafatto, indagata dalla procura di Roma per calunnia ai danni del procuratore di Milano Francesco Greco. Una scelta comunicata al suo legale a tarda sera, dopo una camera di consiglio durata diverse ore. Prima che il plenum del Csm si riunisse per decidere sul destino della dipendente, il suo legale, Riccardo Bolognesi, aveva ribadito la richiesta di revoca del provvedimento del segretario generale del primo luglio, anche alla luce dei nuovi documenti acquisiti e messi a disposizione dei difensori «in modo irrituale» ed in subordine ha chiesto un nuovo rinvio. Ma niente da fare: Palazzo dei Marescialli ha deciso di non approfondire ulteriormente la questione, né di attendere l’esito della vicenda giudiziaria. Contrafatto potrà ora fare ricorso al Tribunale del lavoro. Ma dall’udienza di ieri sono emersi diversi elementi interessanti. A partire dal fatto che i verbali di Amara recapitati al Fatto Quotidiano il 29 ottobre 2020 non sarebbero stati spediti dal Contrafatto, come ribadito da Bolognesi.

Secondo la procura capitolina, infatti, quei documenti coperti da segreto e consegnati dal pm Paolo Storari a Davigo per “superare” il lassismo della procura di Milano sarebbero stati inviati alla stampa e al consigliere del Csm Nino Di Matteo proprio da Contrafatto, accompagnati da alcuni biglietti nei quali veniva indicato in Greco il responsabile dei ritardi nelle indagini lamentati da Storari. Nei giorni scorsi a Contrafatto era stato recapitato l’avviso di conclusione delle indagini, ma i termini sono stati riaperti in quanto per un errore materiale la difesa aveva ricevuto metà della documentazione agli atti. Ieri mattina, inoltre, sono stati notificati anche al Csm ulteriori documenti – 1137 pagine -, relativi ai sequestro effettuati dall’autorità giudiziaria. Una vera e propria «alluvione documentale», ha sottolineato Bolognesi, che ha evidenziato l’esigenza di tempo per visionare il nuovo faldone.

Dal 20 settembre scorso, dunque, decorrono nuovamente i termini. Nel frattempo Alessia Angelini, legale di Contrafatto in sede penale, ha chiesto copia dei brogliacci delle intercettazione e copia dell’esposto depositato dal consigliere Di Matteo. Secondo quanto emerso ieri, la busta con la scritta “segreto” contenente i verbali non sarebbe stata esaminata dal consulente tecnico che ha eseguito la perizia grafologica. Ma non solo: nell’avviso di conclusione delle indagini non c’è alcun riferimento ai verbali consegnati dal giornalista del Fatto quotidiano alla procura di Milano.

Nonostante ciò, ha evidenziato Bolognesi, il giornale di Travaglio «insiste nell’errore anche in questi giorni, raccontando del plico anonimo recapitato al Fatto e dei verbali in esso contenuti, sostenendo che siano stati consegnati da Contrafatto. L’insistenza nell’errore e nel confondere vicende del tutto autonome – ha evidenziato il legale – ritengo sia uno dei frutti dell’attuale pendenza del disciplinare, che continua ad esporre alla gogna la signora, nonostante sia evidente l’esistenza di diverse consegne, distribuzioni, diverse forme di verbali e fattorini anonimi attivi sin da ottobre 2020, fattorini che si esclude possano essere le segretarie di Davigo».

Bolognesi si è anche chiesto come mai la procura di Perugia ignori il fatto che la giornalista di Repubblica Liana Milella, destinataria di uno dei plichi con i verbali, abbia conversato più volte con Contrafatto, anche se, ascoltata in procura, ha dichiarato di non averla mai conosciuta e abbia riferito della telefonata anonima ricevuta in prossimità della consegna via posta dei verbali parlando di un accento del nord.Per Bolognesi, in ogni caso, si tratta di un procedimento nullo, per via della «violazione di norme imperative, quelle contenute nell’articolo 55 bis comma 4 del testo unico pubblico impiego».

Secondo il Tupi, infatti, il Csm avrebbe dovuto contestare l’addebito per iscritto a Contraffatto con immediatezza e comunque non oltre 30 giorni, «convocando il lavoratore per il contraddittorio a sua difesa, con un preavviso di almeno 20 giorni». Preavviso che, invece, non ci sarebbe stato, dal momento che Contrafatto è stata convocata solo 24 ore prima della seduta. Un «vizio non sanabile», secondo Bolognesi, «salve voler continuare ad affermare che il regolamento del Csm sia l’unica normativa applicabile ad un procedimento disciplinare».

Secondo il legale, il procedimento deve concludersi entro 120 giorni, sempre applicando la disciplina Testo unico del pubblico impiego. La norma prevede dunque che sia possibile riattivare il procedimento, ma facendo nuovamente la contestazione disciplinare e suscitando così una riapertura «corretta». Per fare ciò, dunque, è necessario revocare il provvedimento del primo luglio, a firma del segretario generale del Csm. Contrafatto era stata infatti sospesa dall’incarico il 19 aprile scorso. Il segretario generale, in quello stesso provvedimento, aveva evidenziato l’impossibilità di «adottare alcuna utile determinazione poiché le decisioni da assumere in sede disciplinare risultano connesse all’accertamento della sussistenza o meno dei fatti oggetto delle investigazioni in sede penale», sospendendo il procedimento disciplinare fino alla sentenza irrevocabile.

Ma il primo luglio, lo stesso segretario ha dichiarato «cessati gli effetti del provvedimento di sospensione emesso in data 19 aprile 2021», pur non essendo ancora conclusa, all’epoca, nemmeno la fase delle indagini. «Ad oggi – ha evidenziato Bolognesi – persistere nel pretendere l’applicazione di un procedimento disciplinare nullo geneticamente significa andare a provvedere quando si è decaduti anche dal potere di irrogare la sanzione, perché sono già decorsi quei 120 giorni». Ma niente da fare: il Csm, alle 22.30, ha “congedato” la dipendente.

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