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Sparatoria nel carcere di Frosinone, né dispositivi anti-droni né decreto detenzione…

Domenica un detenuto in alta sicurezza ha esploso sei colpi calibro 7,65 contro di altri ristretti che nei giorni precedenti lo avrebbero picchiato. La pistola l’avrebbe ricevuta proprio grazie a un drone
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Prende piede l’ipotesi che Alessio Peluso, detenuto 28enne nel carcere di Frosinone, possa aver avuto la pistola grazie a un drone. La sua azione, che non si verifica fin dagli anni 80, è scaturita come rappresaglia nei confronti di altri reclusi che tre giorni prima lo avevano picchiato e continuato a deridere. Un folle gesto vendicativo che poteva avere esiti drammatici.

Fortunatamente i colpi di pistola non hanno raggiunto nessuno, poi il detenuto – ricordiamo in regime di alta sicurezza – avrebbe chiamato, tramite un cellulare, l’avvocato Domenico Dello Iacono che lo ha convinto a consegnare la pistola al personale di Polizia penitenziaria prontamente accorso.

Domenica pomeriggio verso le 16, circa mezz’ora prima del momento in cui il detenuto ha esploso ben sei colpi calibro 7,65 all’indirizzo di altri ristretti, come evidenzia Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, si sarebbe sentito chiaramente il rumore di un drone nel perimetro del carcere. Pare, inoltre, che la rete di protezione della finestra della cella dell’attentatore sia stata divelta in un angolo, giusto quanto basta per l’introduzione di una pistola.

L’utilizzo dei droni non è però una novità. Lo stesso segretario della Uilpa segnala che il via vai di tali strumenti è frequentissimo in molti istituti penitenziari, ivi compreso quello di Frosinone. Eppure, basterebbe poco per rendere vano questo stratagemma. Si può utilizzare un dispositivo per individuare i droni e inibirne le frequenze su cui avviene il pilotaggio da remoto.

«Le strumentazoni esistono, sono poco costose, portatili e di semplice e immediato posizionamento. Perché, allora, non acquistarne un certo numero e dislocarle presso quelli che possono essere gli obiettivi più sensibili, magari anche spostandole segretamente da una parte all’altra in forma deterrente?», osserva sempre De Fazio.

Da una parte quindi c’è il problema specifico, risolvibile, relativo alla sicurezza, dall’altra c’è il degrado all’interno degli istituti penitenziari. Il Dubbio ha segnalato il problema generale, evidenziando la necessità di un decreto carcere varato dalla guardasigilli, una “terapia d’urto” sull’esecuzione penale in grave affanno.

Tensioni che riguardano i detenuti, ma anche gli agenti penitenziari che sono sul piede di guerra. Questo episodio rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso. Un episodio che però va contestualizzato per comprendere il fattore che l’ha scatenato.

Non c’entra ovviamente nulla la sorveglianza dinamica, anche perché l’episodio è avvenuto a celle chiuse, ma il sistema stesso. Sempre il segretario della Uilpa parla senza mezzi termini di sistema carcerario fallimentare, di cui anche lo stesso autore del folle reato è vittima. I tre detenuti, nonostante l’aggressione precedente, erano rimasti lì, a pochi metri di distanza dall’autore del gesto. Ma per sistema, si intende anche l’ambiente in cui vivono i ristretti e gli agenti.

L’associazione Antigone chiede nuove regole e un innalzamento degli standard della detenzione, riempiendo le giornate dei reclusi di attività educative, lavorative, culturali, sportive, affettive. Ha anche ricordato le problematiche riscontrare nel carcere di Frosinone stesso durante l’ultima vista effettuata a dicembre scorso. Antigone ha rilevato che il carcere presenta problemi strutturali evidenti – diverse sezioni appaiono fatiscenti, il reparto di isolamento versa in uno stato di severo abbandono e ci sono problemi tanto di infiltrazioni d’acqua quanto di razionalizzazione idrica – che rendono particolarmente disagevole la vita delle persone detenute e il lavoro del personale.

Sottolinea che le attività disponibili sono pochissime, le relazioni con il territorio scarse e anche la formazione scolastica e professionale è ridotta al minimo, se non del tutto assente. Le poche attività lavorative interne, quali la falegnameria e la serra, sono sospese da anni. Il vecchio complesso dell’edificio presenta un annoso problema all’impianto idraulico che comporta sia frequenti infiltrazioni di acqua in diversi ambienti fino all’allagamento vero e proprio di alcune sale, sia un rifornimento idrico garantito solo in alcune fasce orarie. Inoltre, i termosifoni risultano inadeguati per l’ampiezza degli spazi da riscaldare, gli infissi sono montati malamente in diverse celle e alcune delle finestre non dispongono di vetri, con la conseguenza che all’umidità si aggiungono spifferi gelati.

Antigone ha fotografato una realtà impetuosa del carcere di Frosinone che rende complicata la funzione della pena dettata dalla costituzione. E rende complicato anche il lavoro degli agenti penitenziari.

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