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Lo Voi dice addio a Palermo e punta dritto verso Roma

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La scelta di Lo Voi sembra confermare la volontà di dichiarare “guerra” al Csm per mettere le mani sulla poltrona attualmente occupata da Michele Prestipino
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Dopo Marcello Viola, anche il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, rinuncia alla corsa per la procura generale del capoluogo siciliano, dove ora la rosa dei candidati si riduce a quattro. In corsa per il posto occupato fino a pochi mesi fa da Roberto Scarpinato sono rimasti l’attuale sostituto procuratore generale di Palermo Giuseppe Fici, l’avvocato generale di Catania Carlo Caponcello, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio e il procuratore di Caltanissetta Lia Sava. Una mossa, quella di Lo Voi, che arriva dopo la pronuncia del Consiglio di Stato, che ha sancito nuovamente, dopo averlo fatto con Viola, l’erronea valutazione del Csm dei titoli dei pretendenti al posto di procuratore di Roma.

La scelta di Viola e Lo Voi, dunque, sembra confermare la volontà di dichiarare “guerra” al Csm per mettere le mani sulla poltrona attualmente occupata da Michele Prestipino, la cui incoronazione è invece stata giudicata illegittima dai giudici amministrativi. La vicenda è ora finita in Cassazione, dove giorno 23 novembre è fissata l’udienza per la trattazione dei ricorsi contro l’annullamento della sua nomina. Al suo fianco ha deciso di costituirsi anche il Csm, deciso a stabilire entro quali limiti le proprie decisioni siano sindacabili dalla giustizia amministrativa. Una scelta polemica, che potrebbe però finalmente chiarire se i principi adottati dal Csm nel caso romano e poi replicati in altre situazioni primo fra tutti quello della “continuità territoriale” – siano da cestinare, così come stabilito sia dal Tar sia dal Consiglio di Stato.

Nelle vicende che riguardano Viola e Lo Voi, infatti, i giudici avevano ordinato al Csm di rifare la delibera, reinserendo fra gli aspiranti anche l’attuale procuratore generale di Firenze – illegittimamente escluso in quanto indicato come favorito dai partecipanti alla cena all’Hotel Champagne – e il procuratore di Palermo, più titolato del collega romano.

Per i giudici di Palazzo Spada escludere Viola è stata una decisione «immotivata», macchiata di «manifesta irragionevolezza» allorquando il Csm ha valorizzato le funzioni di aggiunto svolte per appena poco più di tre mesi da Prestipino, senza prendere «in adeguata considerazione» lo svolgimento, da parte di Viola, «per ben tre anni, della funzione direttiva di secondo grado di procuratore generale presso una delle principali Corti d’Appello italiane». Inoltre, il Csm avrebbe erroneamente attribuito maggior peso all’esperienza di Prestipino in materia di criminalità organizzata, senza tenere adeguatamente conto delle esperienze di Viola quale procuratore della Repubblica di Trapani, «un territorio con una radicata presenza di complesse strutture criminali di tipo mafioso».

Storia simile nel caso di Lo Voi, più titolato, secondo i giudici, di Prestipino ma comunque penalizzato. Sarebbe stato dunque necessario «un particolare onere di motivazione» per dimostrare che l’esperienza di coordinamento di Lo Voi, già procuratore a Palermo, possa essere considerata meno meritevole rispetto a quella di Prestipino, «il quale, nonostante l’estensione dei compiti di sua spettanza e la riconosciuta capacità con cui li ha gestiti, ciò ha fatto quale procuratore aggiunto, e dunque, in quanto nello svolgimento di funzioni semidirettive, in via solamente mediata». E proprio con riguardo all’attività di coordinamento «assume, quasi per sua natura, valore dirimente lo svolgimento delle funzioni direttive rispetto a quelle semidirettive».

Ma non solo: Palazzo Spada ha anche smentito i timori del Csm, smentendo invasioni di campo che in realtà non ci sarebbero mai state. I giudici amministrativi si sarebbero infatti limitati a rispettare l’obbligo di assicurare «la puntuale ed effettiva verifica del corretto e completo apprezzamento dei presupposti di fatto costituenti il quadro conoscitivo posto a base della valutazione, la coerenza tra gli elementi valutati e le conclusioni cui è pervenuta la deliberazione, la logicità della valutazione, l’effettività della comparazione tra i candidati, e dunque, in definitiva, la sufficienza della motivazione». Ed è proprio questo il punto sul quale il Csm sarebbe inciampato.

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