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Caos verbali, regole violate e vendette: ecco cosa non torna

contrafatto
Nella storia dei verbali di Amara consegnati dal pm milanese Paolo Storari all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo c’è di tutto.
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Contraddizioni, regole violate, vendette trasversali. Nella storia dei verbali di Amara consegnati dal pm milanese Paolo Storari all’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo c’è di tutto. Tant’è che ogni pezzo nuovo della storia richiede un passo indietro per ricapitolare tutto e rileggere gli elementi precedenti alla luce di quelli nuovi.

L’ultimo tassello del puzzle viene fuori dai verbali d’interrogatorio depositati in procura a Roma nell’ambito dell’inchiesta su Marcella Contrafatto, l’ex segretaria di Davigo che avrebbe spedito quei verbali ai giornali e al consigliere del Csm Nino Di Matteo. Le voci sono due: da un lato quella di Giulia Befera, assistente di Davigo, secondo cui quei verbali, nell’ottica di Contrafatto, sarebbero serviti come arma per far rimanere Davigo al Csm dopo il pensionamento e, in caso contrario, come arma per svergognare Palazzo dei Marescialli.

Dall’altro lo stesso Davigo, che sempre ai pm di Roma ha dichiarato di non aver avvisato Contrafatto che quei documenti chiusi in un cassetto del suo ufficio fossero dei verbali su una loggia segreta denominata “Ungheria”. Ma sempre secondo Befera, «Davigo mi disse che ne aveva parlato con il vicepresidente del Csm, e so che anche la Contrafatto era a conoscenza dei verbali. Mi disse che sapeva dove erano collocati, cioè nella stanza di Davigo, in uno scaffale posto in basso». Insomma, qualcuno mente o, ad esser generosi, ricorda male.

La cronologia dei fatti è nota: ad aprile 2020 Storari, che stava sentendo l’ex legale esterno del “cane a sei zampe” Piero Amara nell’ambito dell’indagine sul “falso complotto Eni”, consegna dei verbali senza firma e senza timbro a Davigo, convinto di un voluto lassismo da parte dei vertici della procure nel procedere con le prime iscrizioni sul registro degli indagati. Un atto inopportuno, secondo la procura di Brescia, che ha avviato un’indagine su Storari e Davigo per rivelazione d’atti d’ufficio, e parallelamente una sul procuratore Francesco Greco e sull’aggiunto Laura Pedio per omissione d’atti d’ufficio.

Ma perché Storari consegnò i documenti a Davigo anziché affidarsi alle vie formali, le uniche, secondo il Csm, lecite? La risposta la dà l’ex pm di Mani Pulite: ciò che ha fatto poteva essere fatto. In primis, è stato lui, come ammesso dallo stesso davanti ai pm e come confermato da Storari a Brescia, a rassicurare il pm milanese sulla liceità di quella procedura: «Premetto che Storari preliminarmente mi chiese se poteva parlare con me. Io gli dissi che c’erano specifiche circolari del Csm che prevedono che il segreto d’ufficio, segnatamente il segreto investigativo, non è opponibile al Csm e gli dissi che avrei potuto fare da tramite con il comitato di presidenza. In relazione a ciò, ho ricevuto da Storari copia di documenti in formato word, non firmati».

La circolare cui fa riferimento è la numero 510 del 15 gennaio 1994, che però in nessun caso fa riferimento a consegne informali di atti a singoli consiglieri del Csm. La circolare, infatti, riguarda i rapporti tra segreto investigativo e poteri del Consiglio superiore della magistratura e affronta il tema dell’acquisibilità di elementi coperti da segreto istruttorio. Secondo la circolare, «può ritenersi consentito il superamento del segreto investigativo ogni qualvolta questo possa rallentare od impedire l’esercizio della funzione di tutela e controllo da parte del Csm, che comunque resta soggetto alla disciplina del segreto d’ufficio». Ma tale circolare non elimina l’obbligo di procedere formalmente, limitandosi all’aspetto della segretezza. E sbagliato sarebbe anche il parallelismo con il precedente di Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che nel 1981 consegnarono gli elenchi della loggia P2 al presidente della Repubblica, Sandro Pertini. I due, infatti, lo fecero tramite un’ordinanza, allegando gli atti. E, dunque, sempre formalmente.

Ma se anche la circolazione di quei verbali all’interno del Csm fosse stata lecita, ci sono altri punti oscuri. Davigo, infatti, selezionò i soggetti autorizzati a vederli, perché tra i nomi indicati da Amara come componenti la presunta loggia Ungheria ci sarebbe stato anche quello di Sebastiano Ardita, suo ex amico. Davigo, infatti, invitò la sua segretaria a non far avvicinare alla sua stanza il togato del Csm, proprio per evitare che scoprisse di quella indagine.

Secondo Befera, sarebbe questo il motivo della rottura tra i due. Ma il gelo tra i fondatori della corrente Autonomia& Indipendenza sarebbe sceso ben prima, ovvero almeno a marzo, quando venne nominato il nuovo procuratore di Roma, Michele Prestipino. Inoltre, l’ex pm di Mani Pulite avrebbe parlato di quei verbali quanto meno ad un esterno, che con la circolare del 1994, al di là della sua interpretazione, comunque non c’entrava nulla, ovvero Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia.

«Sapevo anche io della questione perché informato da Piercamillo Davigo», ha dichiarato Morra davanti ai pm romani, dunque mettendo nei guai il suo amico. Informazioni che Davigo gli avrebbe dato nel sottoscala del Csm, indicando il nome di Ardita con un dito. Ma questa versione, consegnata ai magistrati romani, Davigo l’ha smentita categoricamente. Ancora una volta.

 

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