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Sì, l’indagine su Boda va avanti: e la presunzione d’innocenza?

In carcere l'editore accusato con la dirigente del Miur, Giovanna Boda, che tentò il suicidio. Belpietro: «Non ero io il mostro»
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C’è una norma ridicola ma cruciale per l’informazione giudiziaria: articolo 684 del codice penale, “Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento”. Stabilisce in pratica che se un giornalista riporta notizie su un’indagine nonostante non ne sia ancora autorizzata la diffusione, commette sì un reato, ma può oblarlo, cioè cancellarlo del tutto, con un versamento di 100 euro o poco più. Ecco, se qualcuno è colpevole del volo dal secondo piano con cui Giovanna Boda, ormai ex dirigente del Miur, lo scorso 15 aprile tentò il suicidio per i titoloni sulle accuse di corruzione rivoltele dai pm di Roma, se proprio c’è chi deve sentirsi responsabile per quella tragedia, è il legislatore.

Tutti i legislatori – parlamentari, ministri della Giustizia – che hanno lasciato e ancora lasciano in giro norme del genere. E i “mostri”, ecco, non sono né Maurizio Belpietro, direttore della Verità, né Giacomo Amadori, suo vice. Ieri Belpietro in realtà ha pubblicato sul proprio giornale un editoriale dal titolo “Forse i mostri non eravamo noi – Alla gogna per una notizia (vera), nessuna manina dietro l’inchiesta”. Lo ha firmato a fianco all’articolo di cronaca con cui Amadori racconta gli ulteriori passi dell’indagine in cui Boda è accusata di corruzione. In particolare l’arresto, avvenuto giovedì, del suo principale presunto correo, l’editore, oltre che psicoterapeuta, Federico Bianchi di Castelbianco. A Boda sono stati sequestrati circa 340mila euro, ritenuti dagli inquirenti frutto delle utilità messe a disposizione da Bianchi. Belpietro, che con Amadori fu il primo a dare notizia dell’inchiesta nell’aprile scorso, ha pieno diritto di difendersi dall’accusa di aver indotto Boda al tentato suicidio. Ma il direttore della Verità sa bene che se ancora ieri, e non solo ad aprile, il suo giornale ha pubblicato infiniti dettagli sull’indagine capitolina, è perché c’è un vulnus nelle nostre leggi. Non esiste, almeno non ancora, una norma che attui il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

Il punto non è se i giornali danno una notizia, ma perché le indagini possano tracimare così facilmente all’esterno. Dei limiti che andrebbero imposti alla magistratura nel trasferire ai media le informazioni sulla loro attività si occupa un decreto ora all’esame della Camera. Il testo attua la direttiva Ue sulla presunzione d’innocenza. Stabilisce che il capo di una Procura, e solo lui, può decidere sì di dare ai cronisti notizie, ma che può farlo solo attraverso comunicati. In casi di straordinaria rilevanza può convocare conferenze stampa, ma non può descrivere le persone coinvolte come già colpevoli. Sempre in casi eccezionali, un pm può rendere pubblicabili atti d’indagine nelle fasi in cui altrimenti sarebbe vietato diffonderli. Sono misure di civiltà. Forse non ancora sufficienti. Le ulteriori norme che stabiliranno nuovi confini per la pubblicità delle indagini saranno tanto più incisive quanto più forte sarà radicata nel nostro Paese una nuova civiltà del processo.

Non si può pretendere che i giornalisti si comportino da pedagoghi, che si infliggano autolimitazioni non giustificate dalle norme. E le norme cambiano se i cittadini ne comprendono la necessità. Ma i giornali possono contribuire a rendere l’opinione pubblica meno ipnotizzata dalle gogne mediatiche, questo sì possono farlo. Nessuno li obbliga: è una scelta culturale. Si tratta di decidersi su cosa vogliamo davvero. Se lasciare o no ai pm il potere di condizionare gli stessi giudici attraverso la ridondanza mediatica delle loro ipotesi. Sul debordare della magistratura, la Verità ha offerto contributi di rilevo. Forse anche Belpietro deve stabilire su cosa scommettere davvero: sulla sete di colpevoli che c’è in giro o su un Paese meno ostaggio dei pubblici ministeri.

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