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«Vaccino obbligatorio? Non siamo l’Urss, impensabile un tso»

vaccino obbligatorio
Il professor Gilberto Corbellini: «Vaccino obbligatorio? Non è pensabile trattare una persona capace di intendere e volere come un malato di mente».
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ll dibattito sulla possibilità che venga introdotto in Italia un obbligo vaccinale contro la Sars-Cov2 deve ancora rispondere ad una domanda precisa: come si concretizzerebbe l’obbligatorietà? Ne parliamo con il professor Gilberto Corbellini, ordinario di storia della medicina e docente di bioetica presso l’Università di Roma – Sapienza. Il 23 settembre uscirà in libreria il suo nuovo libro scritto con Alberto Mingardi ‘La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia’ (Marsilio Editore, pag 208, Euro 15,00).

Professore cosa ne pensa di questa proposta?

Ricordo le scene del passato quando i carabinieri entravano nelle case delle persone per costringere le famiglie a vaccinare i loro figli contro la poliomielite. Ma lì c’era una vera emergenza. Non torneremo a quello e non è pensabile trattare una persona capace di intendere e volere come un malato di mente. Per i vaccini obbligatori potrebbe verificarsi quello che già accade per le cinture di sicurezza o il casco in moto: posso, liberamente, anche non allacciarle o non metterlo, ma se le forze dell’ordine mi fermano prendo una multa salata. Quindi non ci sarà un trattamento sanitario obbligatorio: non siamo ancora in Unione Sovietica.

Abbiamo le prove che guidare senza cinture o parlando al telefonino o andare in moto senza casco aumenta notevolmente la probabilità di incidenti gravi e quindi i costi ospedalieri e di tutto quello che viene prima e dopo. Ma quali prove ci sono che se il vaccino non è obbligatorio non raggiungeremo i traguardi necessari o che aumenteranno le ospedalizzazioni? Che prove ci sono che mettendo l’obbligo le prenotazioni schizzeranno all’insù? Non è successo quasi niente di interessante col Green Pass per le fasce anagrafiche più di interesse. Che prove ci sono che non aumenteranno le tensioni sociali? Se queste prove ci sono, sarò il primo a scrivere articoli a favore dell’obbligo vaccinale. Ma se lo facciamo solo per trattare ancor più da sudditi le persone, consiglio prudenza.

Quindi la sua è una contrarietà netta?

Penso che si tratti di una pseudo questione che serve a tenere alti i toni nei talk show e a produrre compiaciute argomentazioni irrazionali da parte di molti che ne parlano. È una discussione molto simile a quelle che si fa al bar dello sport. Il vaccino obbligatorio può avere senso in ambito pediatrico, se si può eradicare l’infezione e se si vive in una dittatura. L’obbligo vaccinale per gli adulti, visto che parliamo di un trattamento medico e non di cinture di sicurezza, la trovo un’idea singolare in una democrazia liberale. Il generale Figliuolo sta lavorando benissimo e prevede la vaccinazione dell’80 per cento degli italiani entro fine settembre. Perché mettere sul tavolo, anche in maniera confusa, questa ipotesi della vaccinazione obbligatoria? La Danimarca ha deciso di abbandonare il Green Pass con una popolazione vaccinata con doppia dose al 73 per cento.

Noi non potremmo fare come i danesi, per l’evidente differenza di numero/densità della popolazione. Però, invece, che facciamo? Raddoppiamo con il vaccino obbligatorio. Altra questione, che invece trovo ragionevole, è prevederlo  per alcune  categorie in particolare funzionari pubblici che sono a contatto con altre persone. Noi professori universitari tanto per dire. In questo caso puoi anche controllare quando queste persone entrano in ufficio. Ma come dovremmo fare con tutte quelle che sono in giro per strada, che non vanno a lavorare, o che ad esempio fanno i trasportatori? Mettiamo i posti di blocco? O li puniamo quando saranno ricoverati in ospedale?  Il problema dell’attuale comunicazione sul tema è che scienziati, politici ed editorialisti con inclinazioni giacobine stanno chiedendo l’obbligatorietà più per dire la loro che perché hanno studiato la questione. Che gusto c’è in questa invocazione di autoritarismo? Sa cosa pensa davvero?

Prego.

Credo che il Green Pass prima e l’obbligo vaccinale forse a breve siano semplicemente la risposta della politica all’incapacità di trattare coi sindacati, ovvero un mezzo per fare campagna elettorale. Perché Landini è d’accordo con l’obbligo? Perché se fosse tutta opera dello Stato lui si toglierebbe dall’impasse di dover discutere di vaccino obbligatorio per una categoria di lavoratori e per un’altra no.

Ma poi c’è il problema della rabbia sociale.

Scienziati e politici non comprendono che abbiamo tirato su una società di persone che vogliono avere anche un minimo di capacità decisionale su loro stesse. Gli adulti, poi, non sono bambini che si affidano ai genitori e se li si tratta da bambini rispondono in modi imprevedibili. Se si vuole obbligare qualcuno, bisogna fornire valide argomentazioni e soprattutto nell’era dei social media la comunicazione va ritagliata sartorialmente sui target. La Pubblicità Progresso e le scazzottate nei talk show allontanano dalla comprensione di un problema e di cosa sia meglio fare.

L’obbligatorietà, se verrà prevista, sarà solo benzina sul fuoco in un clima già difficile. Bisogna notare un fatto: prima che venisse previsto il Green Pass, non c’era fondamentalmente nessuno in giro che protestasse e facesse propaganda contro i vaccini. Con la sua introduzione abbiamo invece risvegliato un manipolo di isolati. Pur rappresentando una piccolissima percentuale, la stampa ha dato loro quell’eccessiva visibilità che ha contribuito ad alimentare i dubbi della schiera degli esitanti. Che scenario dobbiamo immaginare con l’obbligo vaccinale?

Quali potrebbero essere le sanzioni per chi rifiutasse il vaccino?

Delle multe, molto banalmente. Non penso che si arriverebbe a prevedere che coloro che hanno rifiutato il vaccino se si ammalano debbano provvedere ai costi per la permanenza ospedaliera. Ma bisogna anche ribaltare il punto di vista.

Cioè?

Cosa accadrebbe se una persona obbligata a vaccinarsi andasse incontro a effetti collaterali, che magari non c’entrano nulla col vaccino ma che seguono temporalmente di poco la sua somministrazione? Non dimentichiamo che anni fa un Tribunale di Rimini stabilì che un vaccino trivalente causa l’autismo, e che questo è il Paese dove i giudici hanno costruito il caso Di Bella, Stamina, Xylella, etc.

Quali potrebbero essere le alternative all’obbligo per spronare le persone a vaccinarsi?

Invece di obbligare si potrebbe pensare a degli incentivi. Ad esempio lo Stato americano di Washington, dove il consumo della cannabis è legale dal 2012 sia per uso creativo sia per uso medico, offre uno spinello gratis a chi vorrà farsi vaccinare contro il Coronavirus. Si fa per dire, non c’è solo la cannabis come incentivo. I governatori di Stati USA hanno previsto anche biglietti per le lotterie, assistenza per le tasse universitarie e biglietti aerei.

In Italia, invece, non abbiamo avuto fino ad ora esperienza di incentivi positivi, di premi ai comportamenti virtuosi, ma solo di punizioni per tutti. Penso che se avessimo messo il green pass solo per accedere alle discoteche, avremmo avuto lo stesso effetto che c’è stato imponendolo a tutti, ma evitando lo psicodramma delle ultime settimane. Siamo ancora un Paese cattocomunista dove politici e governanti si ispirano all’etica delle intenzioni invece che a quella della responsabilità.

Sarebbe importante anche un diverso tipo di comunicazione?

Certamente. In questo anno e mezzo abbiamo assistito ad una comunicazione spettacolarizzata di cui si farebbe a meno durante una pandemia. I talk show in cui si sono contrapposte diverse opinioni hanno disorientato la popolazione. Avremmo invece avuto bisogno da parte del servizio pubblico di un’informazione istituzionale davvero divulgativa che spiegasse con chiarezza i termini della questione. A proposito di comunicazione, in questa fase per spingere la restante parte della popolazione a vaccinarsi sarebbe necessario rafforzare il rapporto medico-paziente. Ad esempio, lo Stato potrebbe chiedere ai medici di base di parlare in modi persuasivo con pazienti non vaccinati, in particolare quelli nella fascia post-cinquant’anni.

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