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Olivia Ronen, la giustizia oltre il processo mediatico

Trentuno anni, parigina. L’avvocata di Salah Abdelsalam, principale imputato per le stragi del Bataclan, avrà addosso gli occhi di un’intera nazione. «Non mi spaventa - dice - ma i giudici non seguano le pressioni esterne»
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Fra poche ore sarà una delle donne più odiate, detestate e minacciate di Francia. L’ondata emotiva delle stragi del 13 novembre 2015 non si è mai veramente placata, la carneficina del Bataclan, le sventagliate di Ak47 nei caffé della Bastiglia, il sangue, i gemiti dei feriti e le lacrime dei testimoni sono ancora carne viva per milioni di francesi. Olivia Ronen questo lo sa benissimo, ma ha accettato senza esitazioni la sua “missione impossibile”: difendere Salah Abdeslam, imputato centrale del “processo del secolo” – i media lo paragonano a quello del boia di Lione Klaus Barbie – e unico superstite del commando terrorista.

Pur essendo sconosciuta è stata contattata direttamente dall’imputato, che da sei anni è rinchiuso in regime speciale nel carcere di Fleury-Mérogis, il più grande e affollato d’Europa. Il vecchio legale di Abdesalam si chiama Frank Berton ed il classico principe del foro che si tuffa nei processi più in vista, dai casi di cronaca nera, al terrorismo, alla corruzione di personaggi politici. Ma non era riuscito a stabilire alcun dialogo con il giovane attentatore di origine marocchina che, dopo due anni di mutismo, lo ha definitivamente licenziato. Affidandosi a Olivia Ronen, una giovanissima avvocata pressoché sconosciuta che in precedenza aveva difeso Erwan Guillard, un militare francese radicalizzato e partito per il jihad in Siria e dei militanti di estrema destra. Tra i due è nato un dialogo e soprattutto una strategia difensiva: «All’inizio sono rimasta molto sorpresa di essere stata scelta, in fondo non avevo una grande esperienza. Ci siamo incontrati in carcere, abbiamo discusso a lungo e ho accettato la sfida, c’è molto da fare ma ormai conosco il dossier a memoria e naturalmente il contenuto dei nostri scambi deve restare segreto», racconta al settimanale Les Echos in una lunga intervista in cui ripercorre la sua giovane carriera e la sua prima traumatica esperienza in un processo per terrorismo. I fatti risalgono a quattro anni fa, quando assume la difesa di un complice negli attentati di Nizza del 2016, una figura minore tra gli imputati alla sbarra, che però morirà suicida in prigione: «L’ho visto spegnersi giorno dopo giorno, era chiaro che si sarebbe ucciso. È stata una tragedia che mi ha trasmesso un forte sentimento di impotenza, ma anche tanta voglia di combattere».

Il giorno precedente il giudice di sorveglianza non aveva accettato di concedere i domiciliari al suo cliente nonostante una perizia psichiatrica parlasse apertamente di forte depressione e pulsioni suicide. «Quel giorno ho deciso che avrei svolto il mio mestiere con dedizione assoluta, amo il teatro e la musica, ma è giusto seguire fino in fondo la propria passione principale senza risparmiare alcuna energia, bisogna sempre dare il cento per cento». Olivia Ronen si è fatta le ossa come stagista nello studio di un celebre “tenore” parigino Thierry Levy; nel 2013 entra nell’ordine della capitale francese. Due anni dopo vince il concorso della Conférence du stage, un celebre concorso d’eloquenza che ogni anno seleziona giovani avvocati che assumeranno la difesa d’ufficio nelle inchieste criminali e per terrorismo. Pugnace ma discreta, nessun francese fino a poche settimane fa sapeva chi fosse. Ora avrà addosso non solo gli occhi della nazione ma quelli del mondo intero: lei però giura di non essere spaventata e che difenderà il suo cliente «senza compromessi, come deve essere ogni difesa in un processo penale, non mi importa di essere sgradevole o di non piacere al pubblico».

Certo, ci sono le minacce di morte, gli insulti che corrono sui social, l’ostilità diffusa dell’opinione pubblica, ma ogni penalista sa bene quanto la cultura giustizialista sia dominante, e allora si arma di santa pazienza e alle invettive replica con la pedagogia: «La gente mi incontra per strada e mi chiede tra l’arrabbiato e lo stupito : “Come fai a difendere quello lì, come fai a difendere dei terroristi sanguinari?”. Semplice: non difendo una causa, ma il diritto di un individuo ad avere una difesa e un giusto processo, anche i criminali più efferati sono esseri umani».

Il compito più arduo però non sarà contrastare la vox populi, ma evitare che le pressioni esterne destabilizzino la giuria, che il processo mediatico si sovrapponga ai fatti comprovati annebbiando la capacità di giudizio. Non semplice nel clima concitato ed emotivo che circonda il più grande processo penale organizzato in Francia dal dopoguerra (sono previsti oltre nove mesi di udienze con centinaia di testimoni, il tutto documentato dalle telecamere e da una web radio che seguirà ogni passaggio fino alla sentenza)«Per tutti Abdelsalam è il “mostro”, il nemico pubblico numero uno, le stragi di Parigi hanno suscitato una grandissima emozione nell’opinione pubblica, ma il compito della giustizia è di tenere distanti le emozioni e non perdere di vista i principi che fondano lo Stato di diritto».

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