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Detenuto a Sassari: «Mi mancano 18 mesi, ho una grave malattia: sto peggio che al 41 bis»

Sta scontando 40 mesi nel carcere Bancali di Sassari per aver fatto il palo in una rapina. Ha gravi problemi psico-fisici, da 4 mesi vivrebbe 24 ore su 24 chiuso in cella, ha collaborato con la giustizia ed è stato minacciato
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Ha gravi problemi psico-fisici, da quattro mesi a questa parte vivrebbe 24 ore su 24 chiuso in una cella del carcere Bancali di Sassari. «È come se vivesse di fatto in un 41 bis», spiega Silvia, la sua compagna. Lui si chiama Roberto, soprannominato “El Guero”, ha 43 anni e la sua compagna denuncia che l’ora d’aria concessagli è in una cella con una grata sul soffitto, sotto il caldo cocente, dove la visuale sono comunque quattro mura di cemento.

Sta scontando una pena per aver fatto il palo in una rapina

Lui sta scontando una condanna a 40 mesi di pena per aver fatto il palo in una rapina. L’educatrice ha fatto richiesta di affidarlo ad un impiego in modo che possa uscire dalla routine e aiutarlo così psicologicamente, ma – stando al racconto della compagna – avrebbero rifiutato in quanto è “troppo malato” per lavorare, ma dall’ultimo colloquio con il dirigente sanitario avuto da Roberto, risulta invece “troppo sano” per dire che è incompatibile con il carcere e che a lui serve solo cambiare casa circondariale.

Il Dubbio ha voluto capire meglio e Roberto stesso ha scritto una lettera rivolta al giornale per spiegare la sua vicenda. Scrive che gli restano 18 mesi da scontare. Per cui, teoricamente, può richiedere la detenzione domiciliare visto che in vigore il decreto emergenziale ai tempi della pandemia, utile anche per sfoltire i penitenziari.

Ha collaborato con la giustizia ed è stato minacciato di ritorsioni

Roberto ha collaborato con la giustizia, ma la notizia si è divulgata in tutto il carcere, per questo lui stesso ha chiesto il «divieto d’incontro con tutta la popolazione carceraria» poiché sarebbe stato minacciato di ritorsioni verso la sua persona.Roberto racconta che la sua situazione di salute è stata dichiarata nel 2005 con un percorso riabilitativo presso il Centro di salute mentale di Alghero e diversi ricoveri in ospedale, del quale uno anche in Austria per convulsioni generalizzate.

A causa di uno stato d’ansia e una depressione improvvisa ed emotiva, visto lo stato di debolezza sentimentale ed altro, amplificato dal suo stato di salute già diagnosticato, ha tentato il suicidio appena entrato in carcere. «L’unico ricordo che ho è di essermi svegliato in ospedale», scrive Roberto.

Dal 24 dicembre scorso, dopo che è stato mandato ai domiciliari, si è attivato per fare tutte le visite specialistiche che in carcere non gli avrebbero fatto fare. Durante i domiciliari ha avuto due crisi di cui un ricovero a causa dell’ansia per l’attesa del verdetto dell’imminente processo. Dai domiciliari con una sentenza di primo reato di rapina con accusa di tentata rapina e porto d’armi fuori abilitazione, viene riportato in carcere.«Ho chiesto all’ispettore se avendo il divieto di incontro, potevano lasciarmi da solo, ma invece vengo mandato in una sezione punitiva, cambiando tre celle con detenuti con una condanna per omicidio», denuncia Roberto.

Da 4 mesi è chiuso in cella tutto il giorno

Da quattro mesi sarebbe chiuso in cella senza avere la possibilità di stare all’aria aperta, «quindi – sottolinea Roberto – non solo vengono violati gli articoli di tutela della mia persona, ma anche l’articolo 10 dell’ordinamento penitenziario che mi dovrebbe permettere di guardare il cielo senza sbarre».

Non solo. Per quanto riguarda la salute, quando è tornato in carcere gli avrebbero cambiato la terapia sostituendola con una sedazione pesante «tanto da non riuscire neanche ad urinare da solo, sopportando un trattamento peggiore del 41 bis», denuncia sempre Roberto nella lettera. «Qua non si tratta di carcerati o di persone comuni, si tratta di diritti umani, ho dormito sul mio stesso sangue dopo una convulsione avuta nella notte, ho dovuto girare il materasso a seguito di un’ennesima convulsione. Piuttosto che passare i miei ultimi 18 mesi così preferisco morire da persona umana e con una dignità», chiosa Roberto. Ora confida nell’istanza che è stata depositata per la detenzione domiciliare. «Si vive così, ogni giorno di speranze anche se loro non te ne lasciano», conclude.

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