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«Borsellino indagava su Capaci su delega del ministero della Giustizia»

mafia appalto
Nel dispaccio top secret dell’ambasciatore americano si apprende che l’allora ministro della giustizia Claudio Martelli, il 30 maggio 1992, ha inviato Liliana Ferraro a Palermo per gestire il passaggio dell’intera indagine sulla strage di Capaci nelle mani di Paolo Borsellino. Il riscontro nell’agenda del giudice
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Una verità mai emersa in nessun processo sulla strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta, mai in alcun atto giudiziario, mai nei giornali o nelle cosiddette inchieste televisive. Nessun magistrato antimafia che indaga sulle stragi o sulla presunta trattativa Stato-mafia l’ha mai rilevata. Né tantomeno i diretti interessati, a quanto risulta, ne hanno fatto cenno.

Nel libro “L’Italia vista dalla Cia” del 2005 le risposte ad alcuni interrogativi

Che Paolo Borsellino stesse indagando sulla causa della strage di Capaci dove perse la vita il suo collega e fraterno amico Giovanni Falcone, è cosa nota. Ma non si è mai capito perché lo potesse fare, nonostante non fosse di sua competenza territoriale. Una risposta c’è e si trova in un capitolo a pagina 261 del libro “L’Italia vista dalla Cia” del 2005 a firma dell’attuale direttore di Repubblica Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli.

Così come possiamo rispondere all’altro quesito, ovvero il perché – incontrandoli il 25 giugno 1992 in gran segreto presso la caserma Carini – Borsellino disse agli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno di proseguire l’indagine su mafia-appalti e riferire esclusivamente a lui senza dire nulla alla Procura di Palermo. Apparentemente sembrerebbe una richiesta al di sopra le righe. Ora sappiamo che non è così. Era legittimato a farlo. Non solo.

Il 28 giugno 1992 Borsellino incontrò in aeroporto la dottoressa Ferraro

Sappiamo che Borsellino si incontrò con la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca capo affari penali del ministero della Giustizia, il 28 giugno in aeroporto. Parlò con lei di varie questioni, ma quasi tutte riguardanti la strage di Capaci. Come testimonia la Ferraro stessa emerge che hanno parlato del dossier mafia-appalti. In particolare di un episodio ben specifico che vale la pena rievocare. Accadde che, violando di fatto il segreto istruttorio, l’allora capo della procura di Palermo Pietro Giammanco inviò il dossier mafia-appalti al ministero della Giustizia.

Il racconto di Liliana Ferraro all’epoca capo affari penali del ministero della Giustizia

Ecco il racconto della Ferraro trascritto nel verbale di sommarie informazioni del 14 ottobre 2009: «Ho memoria del fatto di aver affrontato col dottor Borsellino il tema del rapporto mafia-appalti poiché lo stesso sapeva della mia conoscenza di tale rapporto. Ed invero nell’agosto dell’anno prima, in una giornata di sabato, il dottor Falcone mi contattò telefonicamente per dirmi che avevano portato un plico al ministro Martelli e voleva che fossi io a prenderlo e ad esaminarlo, cosa che effettivamente feci. Il giorno seguente il dottor Falcone mi contattò nuovamente, chiedendomi di fare in fretta ad esaminare i documenti e a sigillarli nuovamente».

La Ferraro aggiunge: «Il plico in questione venne poi restituito alla Procura di Palermo e ricordo che in una occasione entrai nella stanza del dottor Falcone il quale era in conversazione telefonica col dottor Borsellino cui disse che ero stata io a redigere la lettera, unitamente a lui, con la quale il plico venne restituito alla Procura di Palermo».

Borsellino annunciò alla Ferraro una sua visita al ministero

Ebbene, evocando tale ultimo episodio, Borsellino volle sapere dalla Ferraro quale fu la reazione di Falcone a quella vicenda. Sappiamo anche che poco prima del tragico 19 luglio, Borsellino telefonò alla Ferraro dicendole che sarebbe andato a trovarla al ministero perché le doveva parlare a proposito degli argomenti che avevano affrontato l’ultima volta che si erano visti. Come mai parlava con lei e avrebbe voluto riferire i suoi approfondimenti, prima ancora di recarsi alla procura di Caltanissetta dove era intenzionato a denunciare ciò che aveva scoperto sulla strage?

Molinari e Mastrolilli hanno visionato i documenti desecretati e conservati negli archivi federali Usa

Anche in questo caso, la risposta c’è. Di fatto, è passato del tutto inosservato un documento di eccezionale portata che si trova, appunto, a pagina 261 del libro “L’Italia vista dalla Cia” del 2005. Il Dubbio è riuscito a visionarlo con non poche difficoltà, visto che il libro è oramai introvabile e puntualmente fuori catalogo quando si tenta di ordinarlo. Parliamo di un lavoro eccezionale compiuto dai due giornalisti. Hanno visionato tutti i documenti desecretati e conservati negli archivi federali degli Stati Uniti. Parliamo di commenti e dispacci da parte degli agenti della Cia e diplomatici del Dipartimento Usa.

Nei documenti Usa si parla delle stragi di mafia

Ebbene, tra questi si parla anche delle stragi di mafia. In particolar modo di quella di Capaci. È ampiamente noto che a Palermo giunsero esperti e agenti speciali dell’Fbi che avrebbero dovuto collaborare alle indagini. La disponibilità degli uomini della polizia federale americana era stata preannunciata dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Peter Secchia, proprio a Palermo, durante i funerali delle vittime della strage.

L’ambasciatore Secchia aveva detto che il direttore dell’Fbi, William Sessions, ed il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, avevano offerto agli investigatori italiani la loro professionalità e determinazione a scovare gli assassini. Falcone, d’altronde, con gli inquirenti statunitensi da anni aveva uno strettissimo rapporto di collaborazione portando avanti indagini internazionali come “Pizza Connection”. Non a caso gli Usa, ogni anno, ricordano il brutale omicidio di Falcone.

Nel libro “L’Italia vista dalla Cia” è pubblicato un dispaccio dove l’ambasciatore americano informa il suo governo che la collaborazione investigativa tra le autorità italiane e americane sulla strage di Capaci è cominciata formalmente con l’incontro a Roma tra il capo dell’Fbi e l’allora ministro della Giustizia Martelli.

L’ambasciatore Usa scrive del passaggio delle indagini a Borsellino

Ma è leggendo pagina 265 del libro che si sobbalza dalla sedia. Nel dispaccio americano c’è scritto: «Il rappresentante del Dipartimento di Giustizia Warlow e il consigliere Mangiacotti hanno acconsentito a chiamare Martelli il 2 giugno, in risposta alla sua richiesta di incontrare gli investigatori che conoscono i clan mafiosi indagati da Falcone».

L’ambasciatore aggiunge, nero su bianco, questa notizia clamorosa: «Il ministro ha annunciato che il 30 maggio avrebbe inviato Liliana Ferraro a Palermo per gestire il passaggio dell’intera indagine nelle mani di Paolo Borsellino, viceprocuratore locale e vecchio collaboratore di Falcone. La motivazione della nomina di questo magistrato e che lui sta già indagando sui complotti mafiosi di cui l’attentato di Capaci è parte».

Ribadiamo il passaggio: Martelli, tramite la Ferraro, ha delegato a Borsellino l’intera indagine sulla strage di Capaci. Sorprende un riscontro. Nell’agenda grigia, proprio il 30 maggio 1992, Borsellino appunta il nome della Ferraro: è messo tra parentesi accanto a quello di Morvillo, collega e cognato di Falcone. Durante le varie deposizioni e verbali di sommarie informazioni, nessun magistrato ha chiesto alla Ferraro perché Borsellino appuntò il suo nome il 30 maggio.

Probabilmente si trattava di una delega “ministeriale”

Nessuno ha vagliato questo incredibile documento americano dove l’ambasciatore Usa dice chiaro e tondo che l’allora ministro della Giustizia ha delegato a Borsellino l’intera indagine sulla strage. Ma che tipo di delega poteva essere? Sicuramente non giudiziaria, vista la sacrosanta indipendenza tra i poteri dello Stato. L’unica spiegazione è che si tratti di una indagine “ministeriale” dal momento che Falcone lavorava a Via Arenula. Capire la causa della strage era probabilmente, per motivi di sicurezza, negli interessi anche del ministero.

Per fare un esempio concreto, pensiamo al discorso pestaggi e abusi in carcere. Il ministero della Giustizia, tramite il Dap, può indagare. Oppure altra ipotesi è che gli americani abbiano equivocato e quindi informato male il loro governo. Però nemmeno si può far finta di nulla nel momento in cui c’è il riscontro con l’agenda di Borsellino. Un chiarimento va dato. Ma tutto questo non è emerso nei processi.

Può un fatto così importante passare inosservato?

Un fatto così importante non può passare inosservato visto che potrebbe dare un valido contributo alla verità sulla strage di Via D’Amelio. C’è un dettaglio non trascurabile: se effettivamente Borsellino abbia avuto la delega dal ministero, teoricamente avrebbe dovuto riferire anche dell’andamento dell’indagine. Non si può non sviscerare la vicenda, soprattutto quando ci sono persone sotto processo come gli ex Ros, accusati tra l’altro anche di essersi rapportati con la Ferraro. Che male c’è visto che lo faceva anche Borsellino, tra l’altro all’oscuro del capo dell’allora procura di Palermo? Approfondire è doveroso.

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