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Riesaminare noi avvocati? Semmai riformiamo il sistema universitario…

Prosegue il dibattito sulla proposta lanciata dall'avvocato Carrubba di "riabilitare" la categoria. Oggi pubblichiamo l'intervento di un giovane professionista, l'avvocato Zallone, che invece individua il problema nell'accesso agli studi
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Gentile Direttore,

il tema dell’eccessivo numero di professionisti è noto a tutti e, indubbiamente, costituisce un problema. L’Avvocato Carrubba propone, con esplicito intento provocatorio, un secondo esame di “riabilitazione” per tutti i colleghi «con l’obiettivo di almeno dimezzare il numero degli iscritti agli Ordini territoriali».

Da giovane avvocato, con soli pochi anni e non decenni di esperienza, cado ben volentieri nella provocazione per lanciarne un’altra, forse ancora più controversa, che tuttavia appare assai rilevante per chi, come me, è uscito da (relativamente) poco dal percorso formativo e deve oggi sudarsi ogni centimetro di progressione e sviluppo professionale.Si menziona la corsa al ribasso dei corrispettivi e la concorrenza sleale come naturali conseguenze di questa ipertrofia, vista come “scappatoia alla disoccupazione intellettuale” per molti uomini e donne.

Ecco, mi permetto di dire che a tale problema non si rimedia con un secondo esame, o se per questo con nessun esame, neanche quello di ammissione alla professione. Un sistema funzionante non si dovrebbe trovare nella condizione di dover gestire decine di migliaia di richieste di accesso all’albo ogni anno, ma dovrebbe immettere nel mercato del lavoro neoprofessionisti già in parte preparati al lavoro, cosa che non avviene.Il problema deve essere risolto alla radice, cambiando il sistema universitario con un aumento del livello di selezione, con filtri in entrata ed a tappe prestabilite, e con formazione pratica e non solo teorica. Si dovrebbero obbligare gli studenti a rispettare tabelle di marcia, si dovrebbe obbligare chi è in ritardo o “fuori corso” senza una valida giustificazione a ripetere gli esami o interi anni accademici.

Il diritto all’istruzione è sacrosanto ed inviolabile e da tutelare più di ogni altra cosa, ma non deve essere equiparato ad un diritto a conseguire una laurea senza lo sforzo necessario. Se questo titolo non vale più molto, almeno nel nostro paese, credo che sia anche a causa della necessità dei nostri atenei di fare cassa mediante alcuni corsi di laurea che ogni anno accolgono più studenti di quanti ne entrino in aula, invece di spiegar loro che ci sono migliaia di alternative valide ed altre professioni stimolanti e (spesso più) appaganti.Siamo, che io sappia, l’unico paese al mondo in cui uno studente fuori corso senza giustificazione paga una retta universitaria inferiore a quella ordinaria: viviamo nel paradosso di premiare i non virtuosi, spingendoli a rimanere per anni all’interno dell’università, invece di convincerli a cambiare corsi di studi o di inserirli nel mondo del lavoro.A tale problema si rimedia ridistribuendo gli iscritti tra le varie facoltà, convincendo i giovani che si affacciano al mondo dell’università che purtroppo, rivisitando il proverbio, c’è poca trippa per gatti, che ci sono mille nuove professioni che i nostri genitori neanche avrebbero immaginato: che la vita, in sostanza, non passa per forza dal fare lavori “convenzionali” (vedi avvocato, commercialista, architetto, etc.).

All’Avvocato Carrubba dico che per chi si laurea in giurisprudenza oggi non ci sono molte alternative alla avvocatura e tutte, o quasi, sono ancor più selettive e di difficile accesso. Tacciare dunque la marea di persone che tentano l’esame di stato e le migliaia che lo passano ogni anno come persone che cercano una “scappatoia alla disoccupazione intellettuale” è, ancorché fatto in modo provocatorio, profondamente sbagliato. E altrettanto sbagliato è pensare che vi sia una soluzione semplice o a breve termine del problema.

Se si vuole raggiungere un numero di professionisti paragonabile a Spagna, Francia o ad altri paesi Europei, allora è necessario intervenire sulla causa del problema, e non sulla sua conseguenza. In sostanza, se deve esserci un “imbuto” o un filtro di accesso alla professione, che sia all’inizio del percorso di studi, e non anni dopo la laurea, al termine del praticantato, figuriamoci dopo anni dalla abilitazione (quanti? dieci? venti?).

Facciamo dunque convergere il dibattito sul tema dell’istruzione e della formazione dei giovani, invece di perdere tempo con proposte sbagliate che, francamente, quando provengono da professionisti con esperienze ultradecennali e carriere consolidate e floride, hanno anche il sapore della beffa per chi, come me, ha lavorato sodo per arrivare ad essere dov’è, spesso pagato stipendi (e non chiamiamole parcelle) da fame durante il praticantato e anche dopo.

Ecco in conclusione la mia provocazione: cerchiamo di cambiare questo sistema universitario o di implementare un corrispettivo minimo dignitoso per i praticanti ed i giovani avvocati, piuttosto che dare risalto alle voci di avvocati apparentemente ignari dei propri enormi privilegi che propongono di svolgere un altro esame di stato di riabilitazione. Concentriamoci sulle cose importanti.

Lettera firmata dall’avvocato Alfredo Zallone

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