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Caso Vanessa, il gip lo ammette: «La legge sul braccialetto elettronico c’era: io frainteso»

Nunzio Sarpietro, il capo dell’ufficio gip di Catania, che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato, chiarisce la sua posizione
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Nunzio Sarpietro è il capo dell’ufficio gip di Catania, quello che si è occupato del caso di Vanessa Zappalà, vittima di stalking da parte dell’ex fidanzato che poi l’ha uccisa e si è suicidato.

Giudice Sarpietro, in riferimento al caso di Vanessa Zappalà lei ha detto che il braccialetto elettronico si può dare solo in caso di arresti domiciliari, ma non è così. Può chiarire?

Le dico subito che qui a Catania abbiamo provato a fare alcuni esperimenti e a dare il braccialetto, ma i braccialetti non ci sono: questo è il problema. La norma dice espressamente che si possono applicare «nella misura in cui la polizia giudiziaria ne abbia la disponibilità» e disponibilità non c’era. Il problema è stato questo: anche se il collega avesse adottato questo provvedimento di fatto non sarebbe mai stato applicato.

Eppure nell’intervista concessa a Repubblica dice un’altra cosa.

Repubblica ha spezzettato l’intervista e il problema, con le interviste, è sempre questo.

Avevo detto che c’era una fase, prima della riforma, in cui si poteva dare solo agli arresti domiciliari. Poi la norma è stata cambiata ma a oggi è inapplicabile perché non c’è disponibilità di braccialetti elettronici. Il problema non è solo in Sicilia ma dappertutto.

Se il suo collega avesse avuto disponibilità avrebbe preso questo provvedimento?

Certamente sì. Lo stesso collega, le posso assicurare, provò a darli in due o tre occasioni precedenti ma non fu possibile perché non c’erano. L’intervista di Repubblica è rimasta monca perché ora si può dare ma di fatto non esiste. Già i braccialetti “da interno”, quelli da domiciliari, sono in numero molto limitato in tutta Italia. È un problema di disponibilità materiale, se li avessimo ne avremmo applicati cento o duecento. Sono questioni tecniche che non vengono attenzionate.

In quell’intervista lei ha anche detto che è stato fatto di tutto per salvare la vita a Vanessa. Se la sente di ribadirlo?

Dico che si poteva fare di più per salvare la vita a Vanessa. Ma se non abbiamo il materiale tecnico è impossibile. Faccio un appello al Ministero affinché possa finalmente fornire i braccialetti per consentire di monitorare con più attenzione il fenomeno. Il braccialetto che attualmente non abbiamo dovrebbe essere collegato con un secondo braccialetto che viene dato alla vittima. Un solo braccialetto, quello per il maltrattatore, funziona solo se c’è un altro terminale collegato alla vittima che la avvisa quando il maltrattatore è a una certa distanza. A quel punto la vittima può allontanarsi o chiamare i carabinieri. Ma mancano entrambi.

Insomma lei smentisce l’intervista. Perché non ha chiesto la rettifica?

Quando le interviste non vengono riportate per intero purtroppo la gente non capisce quello che si vuole dire.

L’intervista era molto più lunga e articolata. Non ho chiesto la rettifica perché in questi casi o non viene riportata o viene riportata con un piccolo richiamo che non chiarisce la vicenda. Sono felice di poter rettificare con questa intervista al Dubbio e insisto nel dire che se avessimo avuto altri strumenti qualcosa per salvare la vita di Vanessa si poteva fare, chiaramente con il punto interrogativo dell’imprevedibilità. Se avesse avuto il braccialetto o fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe stato comunque difficile contenerlo, ma certo con il doppio braccialetto a vittima e maltrattatore questa vicenda poteva finire diversamente.

 

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