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Povera Cirinnà, costretta a fare la lavandaia per colpa della cameriera

Monica Cirinnà si lamenta della sua "cameriera strapagata" che l'ha abbandonata e svela il mondo decadente di un pezzo di sinistra che ha perso il contatto con la realtà
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L’ortolana, la cuoca, la lavandaia. Sembra uno scioglilingua verista, con le sue suggestioni padronali e i suoi mestieri antichi e spossanti: già difficile svolgerne uno, figuriamoci tutti e tre. È l’ingrato destino su cui è inciampata la senatrice Pd Monica Cirinnà in vacanza nella sua casa di Capalbio, “abbandonata” dalla cameriera in un pomeriggio di mezza estate e costretta a sdoppiarsi, anzi, a triplicarsi per fronteggiare le asprezze della vita.

Come se non bastasse lo stress per i 24 mila euro in contanti ritrovati nella cuccia del cane in giardino e di cui nessuno conosce la provenienza, ora ci si mette pura la domestica a remare contro. Di fronte a una simile congiura lo sfogo sul Corriere della Sera era inevitabile: «Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l’ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all’altro». Il motivo della diserzione? «Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: “Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane”».

Ci vuole un gran talento per condensare in poche righe tutta la fatua sventatezza che da almeno due decenni ha accompagnato il declino della sinistra italiana, morta e sepolta sotto litri di aperitivi, sembrata dai vernissage, dalle cene di gala, dalle spiagge esclusive, arroccata nel suo decadente giardino dei ciliegi.

Nel tweet di Cirinnà in effetti c’è tutto: il disprezzo per le mansioni più umili, i capricci di chi non è abituato alla fatica fisica, la spocchia verso i diritti di una lavoratrice, «strapagata», e «in regola» solamente grazie alla sua magnanima benevolenza, l’indifferenza per la vita interiore dei propri sguatteri che osano “annoiarsi” invece di baciare il pavimento su cui passano lo scopettone. A colpire non è tanto la sindrome da Maria Antonietta che ha assalito la senatrice, lo snobbismo classista è la malattia senile più diffusa tra la borghesia progressista e non stupisce più nessuno, ma la piena incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie parole. È qui il problema non è più politico ma semplicemente cognitivo.

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