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In carcere senza potersi difendere: la storia di un detenuto calabrese

Un detenuto calabrese finisce di nuovo in carcere, ma né lui né i suoi avvocati erano a conoscenza dell’udienza camerale davanti al tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria.
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La giustizia italiana ha tanti problemi, come si evince dalle recenti polemiche sulla riforma voluta dalla ministra Marta Cartabia. Dai tempi troppo lunghi dei processi agli abbagli investigativi delle procure. Ma poche volte, o quasi mai, succede che un detenuto vada in carcere, a seguito di un’udienza camerale davanti al tribunale di Sorveglianza, nel caso di specie quello di Reggio Calabria, senza potersi difendere.

E’ successo, invece, lo scorso 24 novembre, quando un detenuto calabrese, Andrea Rudisi, 42enne originario della provincia di Cosenza, condannato in via definitiva per reati quali droga e rapina, è ritornato in cella, nonostante i gravi problemi di salute, che qualche mese prima gli avevano permesso di andare ai domiciliari. Quel giorno, però, non era presente nessuno dei suoi difensori, perché gli stessi non erano stati avvisati del rinvio dell’udienza che si sarebbe dovuta celebrare il 27 ottobre.

Il paradosso

Un grave errore procedurale, come ha sentenziato la prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, la quale nei giorni scorsi ha depositato le motivazioni della sentenza di annullamento con rinvio dell’ordinanza cautelare emessa dal tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria. Paradossali sono le giustificazioni adottate dal tribunale di Sorveglianza nella vicenda in esame. «I difensori e gli interessati avrebbero potuto “prendere visione della data di rinvio visionando il ruolo di udienza” che sarebbe stato “affisso nell’ingresso del tribunale”», invitando «i signori avvocati a notiziare dell’eventuale rinvio del procedimento i colleghi difensori appartenenti ad altri fori».

«Grave errore procedurale» contro il detenuto calabrese

La Cassazione ha chiarito ogni aspetto, evidenziando – a seguito del ricorso presentato dagli avvocati Antonio Quintieri e Matteo Cristiani del foro di Cosenza – che tale procedura è avulsa dal sistema penale. «Nel procedimento di sorveglianza – scrive la prima sezione penale della Cassazione – il rinvio a nuovo ruolo dell’udienza camerale, non contenendo l’indicazione della data della nuova udienza, comporta l’obbligo di notificare l’avviso di fissazione di quest’ultima all’interessato e al suo difensore, a pena di nullità di ordine generale, assoluta e insanabile, non solo se il differimento sia stato disposto per legittimo impedimento a comparire del condannato, ma anche se lo stesso sia stato ordinato per qualunque altra causa».

«Nessuna notifica al detenuto calabrese e agli avvocati»

La Suprema Corte ha quindi annullato (con rinvio) l’ordinanza del tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria, «perché emessa in esito ad udienza camerale preceduta da rinvio a nuovo ruolo non seguito da rituale notifica dell’avviso di udienza al difensore di fiducia. Il richiamo contenuto nel provvedimento alla verificata “regolarità delle notificazioni e delle comunicazioni”, in realtà”, si esaurisce in una formula di stile non rappresentativa della realtà documentale in atti, che non lascia emergere un riferimento neppure dell’avvenuto, eventuale, assolvimento della singolare modalità di comunicazione – per la verità del tutto estranea al sistema processuale penale – individuata nella nota del presidente del tribunale reggino più sopra richiamata – in modo assolutamente aleatorio e, perciò, inaccettabile, alla diligenza e iniziativa individuale degli avvocati del distretto di Reggio Calabria». (a. a.)

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