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Storia di Peppino Jr. Garibaldi, che finì in cella con Pertini e Saragat

Il nipote dell’eroe dei due mondi fu arrestato dai nazisti e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Solo l’8 settembre lo salvò dal plotone di esecuzione.
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Il Messico è pieno di vie e piazze dedicate a Garibaldi. Una si trova proprio al centro della capitale. Ma non è il Giuseppe Garibaldi che viene subito da pensare. Parliamo del nipote. Si chiama anche lui Giuseppe, ma veniva chiamato Peppino, naturalizzato in Josè. Suo padre, Ricciotti Garibaldi – nato in Uruguay – era il figlio, appunto, di Giuseppe Garibaldi e Anita. La storia di Ricciotti è degna di nota. Figlio quartogenito del grande eroe dei Due Mondi, era salito sul treno Roma – Sulmona per inaugurare la nuova impresa ferroviaria, in veste di deputato dell’appena nato Regno D’ Italia. Ma il treno si fermò in una minuscola stazione per ricostruire le sue scorte di carbone e intraprendere le nuove salite verso l’Abruzzo: Riofreddo. La temporanea sosta a Riofreddo, piccolo comune romano, bastò a Ricciotti per sceglierlo come luogo di un futuro investimento. Il figlio di Giuseppe Garibaldi comprò un terreno e iniziò a costruire le fondamenta per quella che doveva essere una dimora estiva. I fatti andarono diversamente. L’avventatezza di Ricciotti Garibaldi negli affari era proverbiale e in pochi anni costò al battagliero figlio dell’eroe dei Due Mondi, tutto il proprio capitale.

Secondo la legge dell’epoca, a Ricciotti venne lasciata in dotazione solo la proprietà di minor valore, per permettergli di sopravvivere al proprio disastro. Per l’Italia, Ricciotti e la sua numerosa famiglia dovevano scegliere di vivere a Riofreddo oppure emigrare. L’arrivo nel piccolo paese della provincia romana venne però salutato con entusiasmo dal nucleo familiare. Ricciotti aveva sposato a Londra Constance Hopcraft, una donna dotata di grandissimo carattere, capace di sostenere spesso con le sue sole forze l’intera famiglia. E con lo stesso impeto, Costanza trasformò le tre stalle presenti sul terreno al momento dell’acquisto in quella che nel tempo sarebbe diventata Villa Garibaldi, oggi sede di un suggestivo museo. A pensare che prima ancora di conoscere sua moglie, a Londra Ricciotti ebbe la possibilità di andare a trovare Karl Marx e Engels.

La sua popolarità fra circoli operai e anarchici aumentò e, dopo la morte di Giuseppe Mazzini, assieme a qualche mazziniano e a qualche garibaldino, fondò, nell’agosto 1872, riunendo 300 persone al teatro Argentina, l’associazione dei Franchi cafoni o “associazione dei Liberi Cafoni”, denominazione con richiami contadini, e probabilmente di ispirazione bakuniana con cui avrebbe voluto riunire i democratici italiani per organizzare la “democrazia pura”. Il nome dell’organo di stampa del movimento, “Spartacus”, è indicativo dei propositi rivoluzionari dell’associazione, che tra i suoi obiettivi poneva quello del suffragio universale. L’associazione ben presto assunse i caratteri di associazione di ideali socialisti finendo in poco tempo per essere disciolta dalla questura romana.

Tutti i figli di Ricciotti mantennero fede al mito di nonno Giuseppe. Tutti si impegnarono, a vario titolo nelle cause indipendentiste, irredentiste, nazionaliste. Alcuni scelsero strade opposte, altri morirono da eroi negli assalti alla baionetta sul fronte trentino. Ma tra loro spicca il primogenito Giuseppe (detto Peppino), nato a South Jarra, in Australia, che fece dei viaggi e dell’impegno politico il proprio credo. Allievo del collegio tecnico di Fermo, fuggì per arruolarsi col padre nella spedizione del 1897 in Grecia durante la guerra greco- turca e in seguito si stabilì a Buenos Aires. Nel 1903 offrì i suoi servizi in Sudafrica nelle guerre boere come volontario per l’esercito britannico e poi combatté in Venezuela contro Cipriano Castro durante la cosiddetta Rivoluzione liberatrice.

Arrivò in Messico all’inizio del 1911 per unirsi alle forze maderiste, quelle capeggiate da Madero, considerato un paladino della democrazia messicana e propugnatore di profonde riforme sociali. Partecipò a diverse battaglie nello stato di Chihuahua, tra cui la battaglia di Casas Grandes contro l’esercito federale di Porfirio Díaz, dopodiché raggiunse il grado di generale attirandosi persino le ire del celebre anarchico Pancho Villa, che gli giurò vendetta e tentò di addirittura di eliminarlo fisicamente. Successivamente fu nominato capo della cosiddetta Legione Straniera, che riunì una quarantina di individui e in cui lavoravano volontari di diverse nazionalità. Tanti erano italiani. Ma la sua designazione, inizialmente, creò malcontento.

Quando trionfò la rivoluzione maderista, Garibaldi decise di lasciare il Messico. Andò in Grecia nel 1912 per combattere nella prima guerra dei Balcani contro la Turchia, e vi rimase fino al 1913. Ma non finisce qui. Ora viene il bello, ed è una storia poco conosciuta. Il buon Peppino decise di tornare in Italia nel 1922 e assieme a un altro nipote di Garibaldi, fondò il Movimento “Italia Libera” per opporsi all’avanzare fascista, che però non ebbe successo. A quel punto fondò anche una vera e propria banda armata con l’intento di uccidere Benito Mussolini e rovesciare il regime che si stava instaurando.

Diverse qui sono le ricostruzioni storiche, ma pare che tale banda fosse appoggiata da Domizio Torriggiani, Gran Maestro della Massoneria Italiana e dal fratello Ricciotti. Un tentativo di colpo di Stato, intensificato dopo il ritrovamento del deputato socialista Giacomo Matteotti. Sul piano per eliminare Mussolini c’era pieno accordo tra i fascisti dissidenti e i partiti di opposizione. Il piano fallì, la dittatura si instaurò e Peppino fu costretto a fuggire negli Stati Uniti. Furono anni bui, rischiarati solo da un matrimonio, che sarà molto felice, con Maddalyn Nichols, una giovane americana appartenente ad una famiglia importante. Peppino dovette tuttavia condurre una vita modesta, e ricorse all’aiuto della sorella Josephine ( Giuseppina), per ritornare in Italia nel 1940. Il fratello Ricciotti tenta di riunire la famiglia sotto l’egida di Peppino per pesare sulla situazione interna italiana. Anche quello fu l’ennesimo fallimento.

Nel 1943 Peppino Garibaldi fu arrestato per ordine della Wehrmacht tedesca e detenuto al carcere romano di Regina Coeli, in via della Lungara, a Trastevere. Da ricordare che in quel carcere romano, dalla caduta di Mussolini ( luglio 1943), vennero detenuti i vecchi fedeli del Duce, gerarchi e dirigenti. Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre invece, e la conseguente occupazione nazista di Roma, il carcere venne governato dalle SS tedesche che si impegnarono a torturare gli oppositori nel terzo braccio.

In quel carcere vi rinchiusero giornalisti, politici, ebrei, scrittori, gente comune. Si ritroverà, nel sesto braccio, arrestato il 20 novembre del 1943, Carlo Ginzburg, scrittore, esponente del Partito d’azione. Non uscirà vivo di li. Morirà in seguito alle torture riportate dopo un pestaggio ad opera dei fascisti. Tra gli antifascisti chiusi nel sesto braccio c’erano anche Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, entrambi partigiani, socialisti, odiati dai fascisti e trasferiti in quell’ala del carcere in attesa della fucilazione. I due futuri presidenti della repubblica riusciranno ad evadere. Ma Peppino Garibaldi no e fu in attesa della fucilazione. Solo la liberazione di Roma lo salvò da una fine tragica. Dopo la guerra, condusse vita riservata e morirà a Roma il 19 maggio 1950. Da povero.

 

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