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«Non dobbiamo confondere il quesito referendario con l’aiuto al suicidio»

Il pentastellato Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia alla Camera, spiega la differenza tra i due temi protagonisti del dibattito
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Mina Welby è stata chiara nell’esporre la sua tesi su queste colonne: «il Parlamento vada avanti con il disegno di legge sull’aiuto al suicidio, noi pensiamo al quesito sull’eutanasia». La differenza sul tema è spiegata chiaramente da Mario Perantoni, presidente pentastellato della commissione Giustizia alla Camera, che ragiona: «Il testo unico presente in Parlamento riguarda l’articolo 579 del Codice penale, mentre il referendum riguarda il 580. Con l’approvazione del quesito abrogativo ci ritroveremmo senza norme di contorno che regolamentino l’omicidio del consenziente, e quindi ci sarà necessità di intervenire normativamente». Sulla presa di posizione della Cei commenta: «Credo che il lavoro che stiamo facendo sulle modifiche al 580 rispecchia il sentimento di molti cattolici e penso che in questo senso anche la Cei dovrebbe riflettere e valutare nella giusta misura il lavoro e l’impegnò parlamentare».

Presidente Perantoni, facciamo chiarezza: a che punto è il testo unico sull’aiuto al suicidio in Parlamento?

Dobbiamo distinguere le due cose, perché il quesito referendario attiene all’articolo 579 del codice penale, primo comma, e quindi riguarda l’abrogazione della fattispecie base dell’omicidio del consenziente. Nelle commissioni congiunte Giustizia e Affari sociali abbiamo invece elaborato un testo base che riguarda esclusivamente l’articolo 580, cioè l’aiuto al suicidio, sulla scorta della pronuncia della Corte costituzionale e che ha dichiarato incostituzionale una parte dell’articolo 580 secondo un’interpretazione estensiva.

Cioè?

È stato dichiarato illegittimo nella parte che prevede una sanzione penale per chi aiuta materialmente una determinata categoria di persone, cioè quelli che hanno deciso di suicidarsi e si trovano in situazione di estrema sofferenza e di malattia incurabile.

Pensa che si possa arrivare a un’estinzione del testo base che comprenda anche la fattispecie contenuta nel quesito referendario?

Il testo base in Parlamento è frutto di un esame, è una sintesi di disegni di legge già depositati e non tiene conto dell’eutanasia, nonostante quei testi facessero riferimento anche al 579. Credo che ora come ora sia molto complesso riuscire ad arrivare a un accordo che possa estendere anche al 579 il compromesso raggiunto sul 580.

I promotori del referendum accusano la politica di essere rimasta immobile nonostante i richiami della Corte. È vero?

Il Parlamento sta intervenendo dopo averci lavorato molto ma devo dire senza aver preso in carico sollecitamente l’invito della Corte costituzionale. Prima della sentenza sul 580 la Corte aveva dato un anno di tempo per intervenire ma non è accaduto nulla. Tuttavia è molto complesso in sede parlamentare arrivare a degli accordi, perché le forze politiche su questo tema la pensano molto diversamente. Sul 580 si è arrivati al testo di sintesi solo perché c’è stata la sentenza della Corte.

A che punto è l’iter parlamentare sul 580?

Per quando riguarda il 580 spero che a breve si riesca a votare. Il termine per la presentazione degli emendamenti è il 6 settembre e se i lavori dell’aula lo permetteranno potremmo arrivare al voto finale anche prima della fine dell’anno.

E poi si dovrà ragionare sul risultato del referendum.

Sul 579 ci ritroveremo eventualmente con l’approvazione di un quesito referendario abrogativo che come tale non lascia norme di contorno che regolamentino l’omicidio del consenziente, e quindi ci sarà necessità di intervenire normativamente.

Il Parlamento riuscirà a mettersi d’accordo su questo?

Manca una presa d’atto autonoma da parte dei singoli gruppi politici, sia tra quelli che sono fortemente contrari sia tra quelli che sono a favore di certe norme ma che hanno al loro interno diverse anime. La maturazione all’interno del Parlamento sta avvenendo, ma è molto lenta.

Qual è la posizione delle diverse forze politiche sul tema?

Su questo referendum c’è stata un’adesione e un sostegno in particolare da parte di esponenti del Movimento 5 Stelle, me compreso, dicendo che il quesito andava coltivato e portato avanti. Sinceramente non ricordo se ci siano state altre prese di posizioni da parte dei vertici di altri partiti, mi pare ci sia un po’ troppo silenzio.

Prima la nota verbale sul ddl Zan, ora il comunicato della Cei contro il quesito referendario. Come sta reagendo la politica al dibattito con la Chiesa?

Bisogna distinguere due piani. La Cei e la Chiesa cattolica hanno diritto di esprimere i propri orientamenti e le proprie posizioni, come tutti, indirizzando i cattolici verso la strada secondo loro più congeniale. Ma anche la Cei dovrebbe riflettere sul fatto che c’è una parte di società che non la pensa come loro e quindi si dovrebbe arrivare a una sintesi delle posizioni. Se si rimane su un piano di manifestazione delle opinioni è un conto, se si tenta di influenzare l’attività parlamentare con note diplomatiche e verbali sostenendo che si stanno violando dei trattati internazionali, allora più che una manifestazione del proprio orientamento politico e religioso ci troviamo di fronte a un tentativo di interferenza con l’attività legislativa e questo non può essere accettato. Credo che il lavoro che stiamo facendo sulle modifiche al 580 rispecchia il sentimento di molti cattolici e penso che in questo senso anche la Cei dovrebbe riflettere e valutare nella giusta misura il lavoro e l’impegnò parlamentare.

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